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Pubblicato da il 2 Mag 2017 in Letture | 0 Commenti

La visita al Cimitero inglese di Granezza-Asiago (V. Brittain)

La visita al Cimitero inglese di Granezza-Asiago (V. Brittain)

 

Alla fine, nelle profondità della foresta e oltrepassato un sentiero sterrato con un cartello con su scritto “PER ASIAGO”, arrivammo a Granezza. Non c’era neppure un villaggio a condividere il nome con il cimitero, che sembrava non essere vicino ad alcuna abitazione umana eccetto una taverna di montagna a circa un miglio di distanza. Il piccolo cimitero, mezzo nascosto dalle rocce, si stagliava alto al di sopra della strada ai piedi una verde collina coperta di pini: per fortuna le sue bianche lapidi ci fecero luce su una parte della pianura grigia e bianca che altrimenti al crepuscolo sarebbe stata indistinguibile. Proseguendo per il cancelletto chiuso da una cinghia di cuoio trovai solo sessanta tombe racchiuse all’interno di un muro bianco; a dividere a metà il piccolo cimitero c’era un sentiero verde diritto, che correva ai piedi di un cenotafio sormontato da una croce. Davanti a ogni lapide cresceva una felce in miniatura: solo i fiori selvatici, robusti e radi, si spingevano per quel terreno sterile, ma il cimitero sembrava ben tenuto e il sentiero d’erba era stato falciato. Il sole del pomeriggio che s’immergeva a ovest sopra le basse colline dalla parte opposta brillò direttamente sulle tombe; se fossero state rivolte a est avrebbero guardato direttamente nella foresta di pini e non avrebbero mai avuto il sole sulle loro iscrizioni.

Che strano…” riflettei, mentre con dolore indefinibile che mi pugnalava il petto, cercavo il nome di Edward tra quelle file ordinate di lapidi rettangolari, “è così strano che tutti i miei anni passati – l’infanzia di cui adesso non avevo più nessuno con cui condividere il ricordo, i campi scintillanti a Uppingham, i mesi inquieti a Buxton, le speranze e le aspirazioni a Oxford, le perdite e la lunga agonia della guerra – debbano essere sepolti in questa tomba in cima a una montagna, nel silenzio nobile, nel mormorio spettrale dell’immobilità di queste remote foreste! A ogni svolta di ogni strada futura vorrò fargli domande, ripensare al passato con lui, ma lui non ci sarà. Chi avrebbe mai potuto immaginare che quel ragazzino nato nella sicurezza tanto serena di una comune famiglia avrebbe finito i suoi brevi giorni in una battaglia tra le alte foreste di pini di una sconosciuta pianura italiana?

Vicino a un muro, in mezzo a un gruppo di soldati semplici dello Sherwood Foresters che erano morti il 15 giugno, trovai il suo nome: “CAPITANO E.H. BRITTAIN, M.C., 11° NOTTS. E REGGIMENTO DERBY, UCCISO IN AZIONE IL 15 GIUGNO 1918. ETÀ 22 ANNI”. A Venezia avevo comprato qualche bocciolo di rosa e una piccola felce in un vaso; il negoziante mi aveva detto che sarebbe durata a lungo, così la piantai tra l’erba ispida accanto alla tomba.

Quanto è stata irrilevante la mia vita dall’inizio della guerra!” pensai, mentre spianavo la terra sulla felce. “Quanto sono insignificanti queste piccole aspirazioni, queste meschine ambizioni, per noi che siamo rimasti… ora che tutti voi ve ne siete andati! Come farà il futuro ad avere, attraverso di noi, la solenne maestà del passato? Oh, Edward, tu sei così solo quassù… perché non posso rimanere qui per sempre e tenere compagnia alla tua tomba, su questa pianura dove ci sono soltanto dignità e pace, lontano dal mondo e dai suoi futili tentativi di ricostruire la civiltà?”

Quando alla fine tornai dal cimitero, il bambino che aveva giocato con il padre vicino alla macchina corse verso di me con un mazzo di scabiose e di trifoglio bianco che aveva raccolto sul ciglio della strada.

Per la giovane signorina” disse.

Vera Brittain, Generazione perduta. Testament of Youth, Giunti, 2015 (or. 1960; prima ed. 1933), p.

526-528

edwardEdward Brittain

 

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