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Pubblicato da il 29 Set 2015 in Letture | 0 Commenti

“La vita come ricordo della morte di un uomo”  (R. Caramaschi)

“La vita come ricordo della morte di un uomo” (R. Caramaschi)

 

Povero sciocco!”

Ma gli voleva bene. Lui e Paolo erano di altre idee, lo sfottevano, volevano solo capire fino a quando il suo rispetto asburgico avrebbe potuto resistere.

Ora non contava più nulla. Sarebbe andato a trovare sua madre. Le avrebbe detto di lui, del suo coraggio, della sua forza, della sfortuna della malattia. Già, se fosse riuscito. Ma con quali occhi avrebbe guardato il viso della madre? Avrebbe dovuto farsi forza. Ci voleva la benevolenza di un mondo in pace, per consentire a quella donna di morire nel ricordo di suo figlio, senza poterlo pregare, senza piangerne il corpo lasciato in quelle praterie senza fine. Aveva raccolto un filo d’erba, appena spuntato dal terreno, vicino a dove l’avevano gettato insieme a tanti altri. Lo aveva riposto all’interno del taschino della giubba, determinato a portarlo a sua madre. Si era dato quel giuramento. Quello era un giuramento di vita. Finalmente. La vita come ricordo della morte di un uomo. Aveva capito tutto. Così gli era sembrato. Un filo d’erba rinsecchito per far germogliare il ricordo di Asburghetto, quello della terra dove lui era morto. Quasi un nulla ma pur sempre la forza di un’emozione. Triste ma viva!

Umberto aveva percepito la solitudine che angoscia l’uomo quando accompagna alla morte gli affetti più cari. Grandezza dell’istante. Un soffio di vita. Il ricordo di uomini annientati. Umberto non voleva bandiere, non voleva trombe. Nulla, solo il silenzio di chi era capace di piangere.

Renzo Caramaschi, Di gelo e di sangue, Mursia, 2015, p. 86-87

 

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