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Pubblicato da il 3 Feb 2018 in Storia | 0 Commenti

“La vita è sana, la guerra è mite”: la guerra deforma la montagna (M. Armiero)

“La vita è sana, la guerra è mite”: la guerra deforma la montagna (M. Armiero)

 

Può sembrare assurdo o paradossale, ma la Grande Guerra ebbe il merito di far scoprire agli italiani le loro montagne, ancora più paradossale è il fatto che quella scoperta, effettuata nel bel mezzo di una guerra sanguinosa, parlasse il linguaggio bucolico. George Mosse ha fatto notare che in piena guerra mondiale le cartoline tedesche dal fronte mostravano immagini idilliache e del tutto prive di tragedia. Il campo di battaglia era raffigurato come un prato in fiore con un coniglio che faceva capolino tra l’erba. Anche le descrizioni della guerra sulle montagne italiane erano calate in un surreale scenario pastorale che faceva totalmente scomparire gli aspetti più duri della vita in trincea. Nel 1915, in un reportage dal fronte, il giornalista Mario Mariani, autore di una serie di volumi dedicati alla vita in trincea, scriveva: “Pacifici borghesi che compite la parte vostra di dovere sui marciapiedi arroventati della città pensando alla mobilitazione vivile, nessuno dei nostri soldati vi invidia. Qui (in montagna) la vita è sana, la guerra è mite”.

I libri di memoria sulla prima guerra mondiale abbondano di descrizioni dello stesso tenore, che potremmo caratterizzare nel loro insieme come una “reinvenzione bucolica della guerra in montagna”. La testimonianza di Ardengo Soffici, letterato e artista arruolatosi volontario nell’esercito italiano, è un esempio eccellente di questa retorica. Nel suo diario annotava testualmente:

La trincea è idilliaca talvolta. Sembra che la natura, malgrado gli sforzi inauditi degli uomini per farli cooperare ai loro piani di strage, voglia invece dar loro una prova continua, tangibile della sua indifferenza, della sua serenità eterna, della sua neutralità: ricordar loro l’immutabile, trionfante bellezza e libertà del mondo e della vita. Ho potuto notare alcuni segni di questa sublime impassibilità delle cose e degli essere bruti. Ci sono, per esempio, alcuni merli – merli da tempo di pace – che ogni mattina e ogni sera vengono a chioccolare fra loro in un cespuglio di nocciuoli accanto al comando di compagnia (…) Così una quantità di fiorellini selvatici senza nome, gialli, celesti, violetti seguitano, come se nulla fosse a spuntare sui parapetti delle linea”.

(…).

L”elegia delle trincee”, che faceva di una morte violenta e contro natura qualcosa di banale e naturale, fu uno dei filtri attraverso i quali le montagne venero percepite nel dopoguerra. Eppure, nonostante i fiori, gli uccelli cinguettanti e le cime coperte di neve, la morte non scomparve mai del tutto dalle scene di battaglia. Il rovescio dell’ “elegia” era l’eroismo, che i memoriali di guerra trasformarono da immagine e discorso in monumenti iscritti per sempre nel paesaggio. L’eroismo e l’elegia erano intimamente connessi, perché entrambi traevano origine dall’incontro con la natura montana. Non c’era posta per i poeti e gli eroi nelle trincee di pianura. Lo storico Antonio Gibelli ha posto l’accento sul ruolo giocato dal teatro di guerra alpino nell’eroicizzazione del conflitto. La pervasività di quella visione eroica della guerra in montagna si esprime compiutamente nelle tavole realizzate da Achille Beltrame per la “Domenica del Corriere”. Nella sua storia degli Alpini Gianni Oliva ha giustamente osservato che quelle immagini sembrano mostrare prodezze di atleti intenti a sfidare la natura piuttosto che episodi di guerra.

Di fatto ancora una volta si proponeva una sorta di simbiosi o quantomeno di contaminazione tra la natura esterna e quella interiore, insomma una trasferimento di qualità dalla natura della Alpi all’indole dei montanari. Nella mitologia di guerra e poi negli anni del dopoguerra, le Alpi si trasformarono in un serbatoio genetico e ambientale che produceva un tipo insostituibile di italiani: i montanari-Alpini.

Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, 2013, p. 99-102

 

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