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Pubblicato da il 7 Nov 2018 in Letture | 0 Commenti

“L’amore dei morti”: contro la guerra e per la vita (M. Bubola)

“L’amore dei morti”: contro la guerra e per la vita (M. Bubola)

Oramai tutti conoscevano il milite ignoto, anche se nessuno sapeva niente di lui, nemmeno il suo nome. Ma quando t’innamori di qualcuno così improvvisamente e perdutamente, davanti al cielo e alla terra, non t’importa sapere chi sia. È un atto di fede necessario all’amore e la fatica, le pene, le sofferenze e le lacrime che questo amore ti è già costato, scompaiono. È una prova dell’ineluttabilità dell’amore, che è innanzitutto istinto di sopravvivenza e insieme tentativo furibondo di eternità. Là dove la politica e la storia dividevano, il culto e l’amore dei morti cominciavano a unire il nostro avventurato Paese.

La terribile violenza della guerra che arrivò a scuotere l’Europa dalla fondamenta era già da anni nell’aria, nelle parole di tanti attivisti e agitatori, ma anche di tanti furenti poeti che auspicavano una guerra salvifica e purificatrice. E la necessità di un grande olocausto di sangue da fare al dio Marte per salvare un’arca che imbarcava ormai solo acqua putrida e aria tumefatta.

Dopo l’ecatombe di uomini, di animali, di campi, di montagne e di boschi che compì la Prima guerra mondiale della storia dell’uomo, amare così incondizionatamente un povero soldato sconosciuto, morto per i nostri peccati e per la sete di potenza di un re e di tanti di quelli che erano nei posti d’onore visino alla sua tomba, era la cosa più saggia e più alta che un popolo potesse fare, per esorcizzare quel tanfo di morte che in tutti era penetrato nel respiro dell’anima e nella pelle come un gas nervino. Amare i morti per esorcizzare la morte. Questa era la grande intuizione e il vero miracolo della religiosità civile, antica di migliaia d’anni e mai estinta, da spartire con tutti per cancellare il grande incubo appena finito e allontanarlo il più a lungo possibile.

E ora una pioggia attesa a lungo poté sfogare e scendere a lavare via la peste appena finita e l’arsura dai cuori, chiudendo gli anni saturnini intossicati dal veleno delle parole e del piombo. Il tempo di Giano era già stato chiuso tre anni prima, ma purtroppo non lo sarebbe rimasto ancora a lungo.

Massimo Bubola, Ballata senza nome, Frassinelli, 2017, p. 180-182 (* ultime pagine del libro)

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