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Pubblicato da il 21 Ott 2016 in Storia | 0 Commenti

L’anti-risorgimento, altro che compimento dei Risorgimento! (M. Thompson)

L’anti-risorgimento, altro che compimento dei Risorgimento! (M. Thompson)

 

Ma allora i nazionalisti avevano ragione a dire che la guerra completava il Risorgimento? I liberali lo negarono. Una controargomentazione fu formulata dal giornalista Luigi Salvatorelli, un altro reduce dell’Isonzo, per il quale il Risorgimento era un progetto che non avrebbe potuto essere realizzato finché non avesse “portato alla formazione di una democrazia nazionale”. L’ideale di Mazzini e Garibaldi ambiva a qualcosa di più ambizioso della semplice espansione territoriale sotto Casa Savoia. Essi erano mossi da un intento morale: la liberazione e l’unificazione di una nazione, realizzando quegli stessi diritti ai quali altre nazioni avanzavano titolo. Tragicamente, questo progetto incontrò l’opposizione di una vasta gamma di forze conservatrice e illiberali, clericali, latifondiste e nazionaliste.

Da questo punto di vista, ben lungi dal completare il Risorgimento, la Prima guerra mondiale confermò, per converso, la perduta grandezza di quell’epoca. Perché il maggio 1915 aveva visto la nascita di una “commissione di nazionalismo e mussolinismo”. Si spiega così il fatto che la guerra che “era stata chiamata, e in un certo senso era, l’ultima guerra del Risorgimento” fosse iniziata con una “profonda scissione morale, entro cui cacciò il suo ferro avvelenato l’antirisorgimento” (Luigi Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento, Einaudi, Torino 1977, p. 188). Il Risorgimento era stato libertario, patriottico, democratico, illuminato e rimaneva pur sempre incompiuto, sempre in lotta con il suo gemello contrario: quello autoritario, manipolatore, nazionalista, eversivo e aggressivo. Dal 1915 al 1944, l’anti-Risorgimento ebbe il sopravvento. Forse questi due principi continuarono ancora a lottare per assumere il controllo del cuore oscuro dell’Italia.

Il prezzo di aver costruito la nazione italiana in guerra fu la sensazione di aver subito un tradimento da parte dello stato. Il governo e i giornali avevano mentito agli italiani mentre l’esercito li sottopagava, li equipaggiava male e li nutriva ancor peggio, prima di mandarli a morire in offensive disperate; neppure la Chiesa era riuscita a proteggerli. Fu un’esperienza contraddistinta da brutalità, disprezzo, corruzione e oppressione, da un duro lavoro da schiavi, da razioni rubate o rivendute. Alla fine della guerra, le pensioni non vennero erogate, l’economia era allo sfascio, e gli italiani erano ai ferri corti con i loro vicini orientali, gli iugoslavi. Era come se la coscienza nazionale potesse alimentarsi solo minando le istituzioni nazionali e acuendo le divisioni politiche. L’inumazione del Milite ignoto a Roma fu un’occasione che portò alla luce tutti questi antagonismi. I manifesti dei socialisti che, nel novembre 1921, irridevano la cerimonia, vennero strappati dalla polizia. Se il Milite ignoto avesse potuto risorgere dalla tomba, dicevano gli agitatori della sinistra, avrebbe maledetto la guerra. I proletari dovevano onorarlo maledicendola essi stessi.

In questo clima di polarizzazione, Mussolini offriva un mito positivo della guerra. Già nel dicembre 1916 aveva preannunciato il giorno in cui l’Italia sarebbe stata governata da un “trincerocrazia, un’élite nuova e migliore”. In mezzo al caos e all’incertezza, si impegnava a ricostruire lo stato sulla base delle imprese dei soldati. Era una premessa poderosa in una situazione in cui, come osserva il principale studioso del fascismo italiano, “la maggior parte dei reduci erano convinti di essere l’aristocrazia di ‘uomini nuovi’ destinati a rigenerare la società e lo stato” (Emilio Gentile, From the Cultural Revolt of the Giolittian Era to the Ideology of Fascism, in Studies in Modern Italian History: From the Risorgimento to the Republic, a cura di Frank J. Coppa, Peter Lang, New York, 1986, p. 112). Sin dall’esordio del suo regime, Mussolini rivendicò il monopolio del senso della Grande guerra. Il 30 ottobre del 1922, facendo il suo ingresso al Quirinale, si inchinò al sovrano. Secondo il mito fascista, avrebbe proclamato: “Vostra maestà, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”. Questo significa che il mantello della vittoria (di quella vittoria che, secondo le roboanti dichiarazioni di Orlando, era stata di gran lunga superiore a tutte le altre mai registrate nella storia), era il dono suo e di nessun altro. Poi rese omaggio al sacello del Milite ignoto.

Per i fascisti, la guerra era l’arco di trionfo che conduceva alla rivoluzione e alla rinascita. Il fascismo, in quanto nuova religione politica, aveva bisogno di una storia sacra: per questo le date dell’intervento dell’Italia e della vittoria venivano celebrate con un fastoso rituale. Nelle parole di Mussolini, la rivoluzione “riconsacrò” la vittoria. Il duca d’Aosta, che aveva seguito la transizione al nuovo regime senza alcuna discontinuità, chiamava la guerra “la gloriosa epopea del grande riscatto”. Dopo il “Golgota” di Caporetto, Vittorio Veneto aveva portato la resurrezione dell’Italia crocifissa.

Mark Thompson, La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1918, Il Saggiatore, 2009, p. 409-410

 

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