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Pubblicato da il 31 Lug 2018 in Storia | 0 Commenti

Le donne del Sud pacifiste (L. Del Boca)

Con l’esplosione del conflitto mondiale, alzarono la schiena e si appropriarono della parola.

La prima protesta al femminile scoppiò a Collesano, nell’interland di Palermo.

Era l’undici maggio 1915: martedì.

Le donne della cittadina si erano incontrate la domenica a messa e al vespro del lunedì. Un sommesso parlottare fra loro, uno scambio di sensazioni, e la condivisione delle loro ansie e preoccupazioni.

Come dubitare? I segnali della mobilitazione di guerra si manifestavano con la faccia del postino che consegnava le cartoline precetto. I coscritti erano convocati al distretto per il periodo di ferma militare ma con loro venivano richiamate anche alcune classi più anziane che, però, dovevano rispondere alle necessità dell’esercito. Impossibile equivocare. Si stava correndo, in preparazione di un conflitto che doveva essere alle porte.

Con altrettanta chiarezza, era già evidente che chi parlava della necessità di imbracciare le armi si sarebbe concesso anche il vantaggio di “combattere” nelle retrovie, in luoghi abbastanza riparati e, tutto sommato, tranquilli.

In prima linea ci sarebbero andati quelli che, della guerra, avrebbe fatto volentieri a memo per rimanere a coltivare i campi. I loro uomini: figli… mariti… fratelli.

Sul fronte avanzato, in prima linea, in faccia al nemico, occorreva “il sangue dei terroni”.

(…).

Del resto, gli Stati che avevano allargato i confini nazionali trasformandosi in imperi avevano sempre utilizzato gli uomini delle colonie per le loro guerre.

Gli inglesi ricorrevano ai pakistani? I francesi ai marocchini? Gli italiani mandarono avanti i “terrori”! E se ciò non avvenne per un disegno lucido e consapevole delle altre sfere dello Stato Maggiore è persino peggio, perché significa che si trattò di un atteggiamento così implicitamente acquisito da non necessitare nemmeno di una pianificazione formale.

Ma istintivamente le donne di Collesano avevano già capito tutto.

Si radunarono davanti alla chiesa e al parroco che diede loro udienza chiesero di farsi portavoce di un diffuso sentimento di pace della comunità. Il sacerdote assicurò il proprio impegno, ma quale margine di manovra poteva avere? I grandi potentati economici e i politici avevano già scelto. Gli intellettuali schiamazzavano per le piazze d’Italia chiedendo a gran voce una prova di forza, volevano il “bagno” nel sangue per garantire alle prossime generazioni un futuro eroico. Come potevano farsi ascoltare la voce di un prete e la protesta femminile di Collesano?

In Sicilia, le dimostrazioni pubbliche contro la guerra non si caratterizzarono come un vero e proprio movimento organizzato, ma non è nemmeno possibile liquidarle come fenomeni sporadici e isolati.

Eppure la storia ha concesso loro ben poca attenzione, al punto che, esclusi gli “addetti ai lavori”, la maggior parte del pubblico non ne è a conoscenza.

Il comune toscano di Greve in Chianti inaugurò il 1° maggio 1999 una lapide per non dimenticare le donne del paese che “coi loro figli, prime in Italia, manifestarono contro la grande guerra”. L’iscrizione spiega che esse “vennero arrestate, processate e condannate” insieme al “socialista umanitario” Galileo Gagli, “poeta, scultore e pittore” che “ne seguì la sorte quale organizzatore”.

Ricordo doveroso ma non esente da errori, dal momento che definisce quella manifestazione come “prima” in Italia, mentre non fu. Del resto, come potrebbe tramandarsi la memoria dell’impegno pacifista delle donne siciliane, se i testi che si studiano a scuola propongono ancora una lettura nazionalista dell’Italia che doveva “completare” il suo Risorgimento?

In prima fila, madri, mogli e sorelle che non accettavano di vedere i loro uomini partire per il fronte con una buona probabilità di non vederli fare ritorno.

Scesero in piazza a Sciacca, a Santa Margherita Belice e ad Aragona. E ancora ad Alcamo, a Paternò, a Delia, a Bagheria, a Piana degli Albanesi, ad Aci Trezza e a Cianciana.

Le autorità fermarono le proteste anche duramente. Individuarono le più risolute. Intervennero con denunce, processi, intimidazioni. Trovarono il modo di emarginare quelle che sembravano godere di un ascendente maggiore sulle altre. E si assicurarono che delle manifestazioni non rimanesse traccia sui giornali, per evitare un contagio per emulazione.

Eppure con il trascorrere dei mesi di guerra e con le notizie di cataste di morti che si andavano moltiplicando, le manifestazioni diventarono più numerose e più intraprendenti.

La censura si sforzò di minimizzare i danni che i combattimenti stavano provocando. I quotidiani stampavano bollettini tutto sommato rassicuranti e Achille Beltrame sulla “Domenica del Corriere” si incaricò di illustrare gli atti di eroismo che avrebbero dovuto inorgoglire i lettori. Ma il passaparola generato dai racconti dei reduci feriti o incoraggiato dalle lettere che arrivavano dalle trincee svelava un’altra storia e un’altra guerra. Le donne sentirono l’obbligo morale di mobilitarsi.

Il 26 maggio 1916, a Carlentini, margine estremo della provincia di Siracusa, le donne affrontarono il sindaco che stava uscendo dal municipio. Due gendarmi lo scortavano, ma la folla non si lasciò intimorire. Voci e urla si accavallarono: “Pace!”, “Basta guerra!”, “Fate ritornare a casa i nostri uomini!”. Slogan che avevano il tenore e il significato di un atto rivoluzionario.

Il verbale dei carabinieri precisò che “i disordini andarono aumentando” con atteggiamenti sempre più aggressivi.

Il sindaco, già in là con gli anni, si muoveva con difficoltà per il sovrappeso e non doveva godere di una salute troppo buona. Lo videro sudare e cercare un appoggio perché non riusciva a reggersi in piedi. Fu necessario soccorrerlo e chiamare i medici. Quando arrivò a casa sua, trasportato su una specie di lettiga, aveva perso conoscenza. Le cure successive furono inutili.

Secondo il commissario di polizia, la morte di primo cittadino di Carlentini sarebbe stata provocata “dalle turbe femminili vocianti” che l’avrebbero “allarmato”. Difficile credere a un rapporto così diretto di causa ed effetto. Le autorità, evidentemente, esagerarono per consentirsi l’opportunità di qualche repressione in più nei confronti delle organizzatrici della piazzata.

Nella provincia di Agrigento vi furono due proteste. A Campobello di Licata arrestarono Maria Ponticello, ritenuta l’anima della manifestazione pacifista. La condannarono a 32 giorni di carcere e al pagamento di un’ammenda.

In prigione finì anche Maria Segreto, a Ribera. L’avevano indicata come “la moderna Lisistrata” perché – emulando l’eroina di Aristofane – affermava che solo la rivolta delle donne poteva mettere fine alla guerra. Si trovò in tribunale con l’accusa di “sobillazione antimilitarista”, un capo d’imputazione che, a quei tempi, non era da prendere sottogamba.

Le donne non si facevano mancare la protezione del cielo. Il più delle volte, le manifestazioni stavano a metà fra la processione e il corto di protesta. Più facilmente, la processione servì per mascherare la protesta.

Dall cappellla principale della chiesa prelevavano la statua del santo patrono e la trasportavano per le strade, alternando miserere e invettive. Accadde a Caltagirone, a Leonforte, a Montalbano Elicona e a Catania.

I sacerdoti, nella stragrande maggioranza dei casi, si tennero alla larga da questi movimenti, anzi, cercarono di scoraggiare l’esibizione dell’insofferenza e il desiderio alla pace. I cattolici erano ancora i “nemici” del Risorgimento e i ministri del culto dovevano muoversi con enorme prudenza per evitare di finire negli ingranaggi della legge, che, nei loro confronti, venne applicata con rigore inflessibile. A Sciacca, il 14 gennaio 1916, insieme a “quattro sediziose disfattiste” che vennero denunciate, rimase coinvolto un frate laico della basilica, Giovanni Buonomente. Con decreto ad horas fu trasferito dalla sua parrocchia e accompagnato a Messina con la scorta di due carabinieri. Non ebbe nemmeno il tempo di prepararsi un sacco con gli effetti personali, che gli vennero recapitati giorni dopo con servizio postale ordinario, per la premura dei confratelli che racimolarono le sue poche cose, due libri e il messale delle preghiere.

(…).

Le donne di Lucca Sicula rinunciarono a confezionarsi una camicia per cucire una bandiera bianca. Lo considerarono il simbolo più esplicitamente evocativo. Come far capire altrimenti, che ne avevano abbastanza di tremare ogni volta che l’ufficiale si avvicina alla porta di casa? Come dire che a loro serviva un marito vivo e non un eroe morto? Come spiegare che i figli avevano bisogno di un papà con cui lavorare e non di un’icona del cimitero a cui portare i fiori? In quattrocento si incamminarono per il vialone principale e lo percorsero lentamente. Davanti a loro sventolava la bandiera bianca, portata come una tovaglia da quattro mani, e, dietro, marciavano mamme, mogli, figli e sorelle, ognuna con qualcosa di bianco. Chi un fazzoletto da tenere fra le dita, chi la sottana appoggiata al braccio, chi un brandello di stoffa da stringere nella mano.

A Paceco si ritrovarono in cinquecento e cominciarono a camminare in fila per quattro per raggiungere Trapani. Volevano arrivare agli uffici del distretto militare per bloccare le entrate e impedire che i coscritti venissero arruolarti. Per sbarrare loro la strada furono necessarie una decina di camionette dei carabinieri, che le circondarono qualche chilometro fuori dal paese, sulla strada provinciale. I militari si trovarono a sbrogliare una grana di qualche peso, perché le manifestanti si rifiutarono di rientrare a casa spontaneamente. Perciò dovettero prendere di peso le più motivate, ammanettarle e portarle via con la forza. Venticinque finirono in carcere e altrettante vennero denunciate all’autorità giudiziaria.

A Gangi le donne si comportarono con minore pacatezza. Il 3 aprile 1917, i dirigenti delle scuole cittadine promossero una giornata di celebrazione a favore della guerra. Le disposizioni arrivarono direttamente dal ministero, che doveva assecondare i desideri della presidenza del Consiglio. Il tempo di guerra si stava dilatando oltre il previsto e i sacrifici cominciavano a diventare insopportabili. Occorreva un’iniezione di patriottismo.

E allora cosa c’era di meglio che coinvolgere gli scolari delle elementari e gli studenti delle medie? Prima con un tema e una premiazione per quelli che apparivano più appassionati. Poi con una celebrazione e un corteo, al termine del quale sarebbe intervenuto un oratore, capace di illustrare il dovere della lotta e la necessità del sacrificio.

Ma come chiedere ulteriori rinunce a chi aveva già dato tutto?

Alcune maestre non parteciparono alla sfilata e si tirarono dietro gli alunni. Le madri, in gran numero, assecondarono la protesta: richiamarono i figli e impedirono loro di aderire a una manifestazione che propagandava il valore della guerra. Quando il conferenziere iniziò sciorinando un repertorio di retorica e luoghi comuni, dal fondo della piazza iniziarono a piovere pietre. Dapprima solo qualche ciottolo isolato; poi, quando le citazioni dal palco presero una piega più concretamente bellicista, la pioggia diventò più consistente. Quando, infine, il comiziante se ne uscì con un “dulce est pro patria mori”, idealizzando il sacrificio di se stessi come massima aspirazione dei soldati, scoppiò il finimondo.

Non che, nella Sicilia di inizio Novecento, le massime in latino rappresentassero qualcosa di facilmente commestibile. La frase non l’aveva capito nessuno. Ma bastò quel dulce accostato a mori per far comprendere che le autorità avevano l’arroganza di rivolgersi a future vedove con la presunzione di convincerle che avrebbero dovuto essere anche orgogliose di diventarlo. L’intero selciato finì sul palco.

Secondo il verbale delle forze dell’ordine i danni più gravi li subì il rappresentante della Croce Rossa. Era arrivato allo scopo di raccogliere aiuti – in natura o in denaro – per “assecondare lo sforzo bellico” dell’Italia “contro il nemico di sempre”. Rimediò una sassata alla tempia che lo fece ruzzolare per terra. Riprese conoscenza in una poltrona della stazione dei carabinieri di Gangi, circondato da uomini in divisa, indaffarati a compilare elenchi di “disfattiste” da denunciare e trascinare davanti al giudice.

(…).

Le autorità vissero ore difficili, invece, sulle rotaie della ferrovia che portava ad Agrigento. La tradotta aveva cominciato a muoversi dalla stazione ferroviaria e stava trascinando una ventina di vagoni. Una metà era già occupata da giovani destinati a indossare la divisa militare per essere inviarti al fronte. Gli altri erano riservati ai coscritti che – paese dopo paese – erano stati mobilitati con la cartolina precetto.

Ma a un certo punto il macchinista dovette azionare il freno e fermarsi, perché i binari erano occupati dal qualche centinaia di donne.

Attimi agitati. Le ruote scivolarono sulle rotaie, raschiando l’acciaio. Il convoglio proseguì la sua corsa per molti metri, sospinto dal proprio enorme peso, con il rischio concreto di travolgere l’assembramento.

Il muso della locomotiva si avvicinò pericolosamente alle prime della fila.

Fumo, scintille, e la sirena spiegata per chiedere strada.

Le manifestanti potevano essere travolte, eppure non si mossero. E restarono al loro posto anche quando il comandante della stazione dei carabinieri (prima), il commissario di polizia (poi) e il sindaco (dopo ancora) quasi le implorarono di levarsi di torno.

Restarono là per l’intera giornata e si attrezzarono per bivaccare durante la notte.

Dopo qualche ora si sedettero sulle traversine. Scandirono slogan pacifisti, cantarono canzoni della loro terra, dichiararono alle autorità che non si sarebbero spostate e che non avrebbero lasciato partire i loro uomini. Tutto intorno a loro, come in un assedio, le divise del servizio d’ordine aspettavano indicazioni sul da farsi.

Le istituzioni non potevano certo accettare quel tipo di interferenza, e cedere avrebbe rappresentato un precedente pericolosissimo. Tuttavia non era nemmeno possibile intervenire con un dispiegamento di forze eccessivo.

Le ere indebolirono la resistenza delle donne: il mattino successivo erano esauste.

Furono strappate dai binari una per una e accompagnate in caserma. Un verbale sommario per ciascuna, l’accusa di “istigazione alla diserzione” per tutte e il rinvio a giudizio in tribunale.

E anche al mì marito tocca andare

a fa barriera contro l’invasore,

ma se va fa la guerra e poi ci more

rimango sola con quattro creature.

Un eroismo pacifista ancora troppo sconosciuto.

Lorenzo Del Boca, Il sangue dei terroni, Piemme 2016, p. 11-23

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