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Pubblicato da il 9 Dic 2015 in Obiettori | 0 Commenti

Le fraternizzazioni con i nemici: riprendere in mano la propria vita (E. Ongaro)

Le fraternizzazioni con i nemici: riprendere in mano la propria vita (E. Ongaro)

 

Le fraternizzazioni al fronte

Episodi di fraternizzazione con il nemico erano avvenuti già sui fronti europei dal dicembre 1914: dopo le prime grandi battaglie la guerra si era posizionata nelle trincee, che correvano in certo modo parallele, l’una a poche decine di metri dall’altra distanza a misura di voce oltre che di sguardo. La striscia di terra in mezzo era la cosiddetta “terra di nessuno”, ostruita da reticolati di filo spinato. In particolare le fraternizzazioni avvenute in occasione del Natale 1914 avevano suscitato interesse e stupore nell’opinione pubblica: lo scambio di auguri e regali (generi alimentari, sigarette) tra militari inglesi e tedeschi era apparso imprevedibile e inedito. Era rotto un tabù, quello che non ci potesse parlare e di dovesse soltanto odiarsi, spararsi, distruggersi. Ha scritto Bruna Bianchi:

Le fraternizzazioni di Natale ebbero una grande risonanza, mutarono per molti soldati l’immagine di un nemico barbaro e crudele e contribuirono a trasferire sui rispettivi comandi la responsabilità di un conflitto tanto sanguinoso. I ricordi delle fraternizzazioni si fissarono nella memoria dei partecipanti come i più duraturi. (…) A poco a poco si faceva strada la consapevolezza di condividere con gli uomini dell’opposta trincea la stessa condizione di isolamento ed estraneazione, affiorava un vago sentimento di solidarietà, un desiderio di conoscere come i nemici vivessero le stesse esperienze estreme.

(Bruna Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzioni e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Bulzoni Editore, Roma 2001, pp. 340-341. Sul fronte orientale, fra turchi, australiani e neozelandesi, si verificarono tregue “per consentire la sepoltura dei morti dopo l’offensiva della primavera-estate del 1915” : ivi, p. 343; la fonte in Maurice Shadbolt, Voice of Gallipoli, 1988; su questo tema Bianchi si diffonde da p. 339 a p. 372)

I Comandi degli eserciti però intendevano ripristinare la consuetudine e diramarono circolari che vietavano il ripetersi di tali “riprovevoli” episodi, che dovevano essere repressi e sanzionati.

In Italia l’occasione fu data dal primo Natale in trincea. Vi è una testimonianza scritta di Giovanni Vianello di Belluno, sottotenente del 76° reggimento di fanteria in servizio sul Carso, il quale raccontò che la notte di Natale gli ufficiali del suo reparto si erano dati appuntamento per scambiarsi gli auguri, mangiare qualche dolce e bere un buon vino, e uno di loro, che parlava tedesco, propose di incontrarsi la mattina dopo con gli ufficiali austriaci della trincea; la sbalorditiva proposta, dopo lunga discussione, fu accettata. Tramite megafono fu lanciata la proposta alla trincea dirimpettaia, che la accettò; vennero determinate le condizioni: segretezza anche con i reparti collaterali e uscita dalle trincee, disarmati, a mezzogiorno per scambiarsi gli auguri e le firme ricordo. L’incontro si svolse celermente, ma fu notato dai posti di osservazione:

Il fatto, assolutamente inusitato, suscitò grande scalpore nell’ambiente militare e preoccupò i superiori comandi tanto che fu nominata una Commissione speciale per l’accertamento dei fatti e l’attribuzione delle responsabilità. La Commissione, formata da un Generale e da due Colonnelli dello Stato maggiore, dopo qualche giorno raggiunse le nostre trincee. Gli inquirenti, ovviamente, erano ben vestiti e ben pasciuti, mentre noi ci trovavamo in uno stato miserevole: sporchi, infangati, stanchi, delusi e abbruttiti da una vita indicibile. (…) Noi tutti, colpevoli fummo separatamente interrogati e tutti demmo la stessa versione dei fatti assumendone interamente e collettivamente la responsabilità e scagionando del tutto il Comandante del battaglione che, poveretto, era proprio estraneo al fatto.

(La testimonianza di Vianello è riportata in Bruna Bianchi, La follia e la fuga…, cit., p. 349)

L’unica sanzione fu una censura al Maggiore per non aver adeguatamente sorvegliato gli ufficiali del suo reparto.

Secondo Bruna Bianchi si ha notizia di pochi ufficiali mandati a processo o condannati per aver concordato tregue informali poiché in molti casi ci fu il proscioglimento in fase istruttoria e inoltre si temeva di dare eccessiva pubblicità a episodi che i comandi desideravano occultare.

Nel Natale del 1916, su Kobilek, in un tratto di trincee in cui si trovavano contrapposti soldati italiani e ungheresi, nel silenzio delle armi, “qualcuno cominciò un canto sommesso dapprima, ma che dopo un po’ riempì tutta la valle”. Finito il canto, dalla trincea nemica fu lanciato un pacco di sigari:

Rispondemmo con un lancio di cioccolata. Qualcuno mise fuori la testa dal parapetto e i cecchini non spararono. Spuntarono i visi di alcuni Ungheresi: dissero timidamente delle parole in italiano senza senso. Delle mani si tesero. Gli ufficiali lasciarono fare, stupiti e sconvolti essi stessi di questo clima dolce e irreale per una trincea avanzata, nel secondo anno di guerra. Facemmo a gara per scambiarci qualcosa: un po’ di vino, della frutta secca, gallette. Povere cose come povero era il nostro Natale e come poveri eravamo tutti noi e loro in questa guerra da ricchi. La tregua durò fino a sera, ma l’indomani i comandi ci sostituirono, assegnando il nostro reparto ad un altro settore e poi sapemmo che anche il comando austriaco aveva fatto altrettanto.

(Ivi, p. 352; la testimonianza è di Alberto Recanatini, “Di che brigata sei? La mia ha i colori di Camerano”. Storia e racconti di soldati cameranesi nella Prima Guerra Mondiale, Camerano 1994)

Episodi incancellabili dalla memoria di chi li aveva vissuti, ma che anche facevano immediatamente comprendere l’assurdità della guerra che stava distruggendo le loro vite, l’assurdità del definirsi “nemici”: riscoprivano il senso di umanità che li accomunava e il valore universale del “non uccidere”. L’espressione più alta di questa riscoperta è nelle pagine di Emilio Lussu; una notte lui e il suo caporale avevano scavalcato la trincea e si erano appostati, nascosti, su un rialzo di terreno dominante la trincea nemica. Rimasero in attesa. All’alba la trincea si animò per l’arrivo della corvée del caffè: la quotidianità della vita irruppe nell’immaginario di Lussu a rivelargli che il nemico – quei soldati, quell’ufficiale “giovanissimo e biondo” che era nel mirino del suo fucile – era un uomo come lui, fatto come lui, in uniforme come lui. L’essere in guerra rendeva un “fatto logico” sparagli contro, anzi lui lo sentiva come un dovere:

Avevo di fronte un ufficiale, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante, avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un umo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale! Cominciati a pensare che, forse non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: ‘Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io ti uccido’ è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, ma uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo.

(Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino 2000, I edizione Parigi 1938)

Lussu abbassò il fucile, senza sparare, sentendo in sé due coscienze, l’una ostile all’altra. L’ulteriore passo che gli restava da compiere era di ricomporre in unità la sua coscienza e comprendere che fare la guerra comporta uccidere o esser comunque parte di un sistema che produce morte.

La vita di trincea, germinata dentro un mastodontico laboratorio tecnologico di produzione di massa, offriva un’occasione di prossimità con il nemico: osservarlo da vicino, scrutarlo, vederne il volto, ascoltarne la voce, provare compassione della condizione di entrambi, sentire la propria umanità come terreno comune. Da qui scaturivano le forme di fraternizzazione tra militari in trincea. Secondo Anna Bravo, che ha valorizzato momenti della storia del Novecento in cui si è tentato di risparmiare vite, “tregue di trincea e fraternizzazione restano uno dei tentativi più forti di riprendere in mano un po’ della propria vita, dando al nemico la possibilità di fare lo stesso” (Anna Bravo, Conta dei salvati. Dalla Grande Guerre al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Bari 2013, p. 51; sulle diverse forme di fraternizzazione: pp. 39-52).

Ercole Ongaro, No alla Grande guerra 1915-1918, I libri di Emil, 2015, p. 259-263

 

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