Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 10 Gen 2019 in Obiettori | 0 Commenti

“L’eccidio di massa del proletariato europeo”: Rosa Luxemburg e la Prima guerra mondiale (V. Cercenà)

“L’eccidio di massa del proletariato europeo”: Rosa Luxemburg e la Prima guerra mondiale (V. Cercenà)

Da un racconto – adatto a giovani lettrici – sulla vita di Rosa Luxemburg traiamo questi brani: dimostrano come qualcuno aveva intuito dove sarebbero andato a finire il capitalismo ed il nazionalismo dell’epoca.

E noi ci chiediamo: ed oggi?…

Maurizio Mazzetto (curatore del sito)

Rosa espone con grande chiarezza nei suoi scritti le motivazioni che porteranno inevitabilmente gli stati europei alla guerra: “I banditi del capitalismo hanno cacciato sinora uno accanto all’altro; ora comincia la lotta fra loro per spartirsi lo spazio non ancora occupato”.

Si riferisce alla politica imperialista di Guglielmo II, appoggiata anche dai deputati dell’opposizione socialdemocratica, che considerano le conquiste coloniali in Africa come una penetrazione pacifica portatrice di civiltà. Per queste sue denunce è attaccata non solo dalla stampa filogovernativa ma sopratutto dai suoi stessi compagni, punti sul vivo dalla sue critiche.

(…)

Quasi senza salutare piomba accaldata sul divano spodestando Mimì (* la gatta; ndr).

– Il comitato della stampa del partito ha emesso una direttiva che obbliga i redattori a non criticare il gruppo parlamentare. Ormai imbavagliano anche i nostri giornali! – esclama indignata.

– Lo so, – risponde calma Rosa. – Mi hanno comunicato ora che sono stata espulsa dal giornale di Lipsia con cui ho collaborato per quindici anni. Questo perché ho criticato aspramente, nell’ultimo articolo, l’approvazione del piano di riarmo del governo da parte dei deputati socialdemocratici. Purtroppo verranno ancora tempi più bui, mia cara amica, per noi e per tutti i popoli.

(…)

Nel corso di un altro incontro con i lavoratori, a Francoforte, Rosa esclama con foga: – Se ci ci aspetta che noi alziamo l’arma dell’assassinio contro i nostri fratelli francesi o di altri paesi stranieri, diciamo: “NO! Questo non lo facciamo!”.

La frase le procura un’accusa di “incitamento all’insubordinazione militare”, che la conduce nel febbraio del 1914 in un’aula di tribunale a Francoforte. Nelle pause del processo, va a visitare la serra dell’orto botanico. La passione per le piante e i fiori non l’ha mai abbandonata; passeggiando tra quei filari ordinati e variopinti aspira l’odore muschiato della terra umida e ripensa con nostalgia a quando frequentava il corso di botanica a Zurigo e aveva tutta una vita di speranze davanti. Con i colori delle primule ancora negli occhi, riprende posto nel banco degli imputati e non si difende, ma attacca con una violenta requisitoria il militarismo e la guerra. Il pubblico ministero chiede l’arresto immediato “perché sarebbe inconcepibile che l’accusata non si desse alla fuga”.

L’imputata sui alza in piedi e controbatte: – Il che significa, in altre parole: se io, pubblico ministero, dovessi scontare un anno di carcere, mi darei alla fuga. Signor pubblico ministero, le credo: lei fuggirebbe, un socialdemocratico no. Egli risponde delle proprie azioni e ride delle sue punizioni.

Il tribunale le infligge un anno di reclusione. Per il momento Rosa rimane in libertà, in attesa dell’appello, ed è accolta fuori dell’aula da una folla di operai tedeschi che aspettavano l’esito del processo. La sentenza suscita gran sdegno nella base del partito e dà l’occasione alla condannata di propagare ulteriormente le sue idee pacifiste.

A Friburgo denuncia la situazione inumana in cui vivono i soldati nelle caserme. Il ministero della Guerra in persona promuove un’accusa contro di lei.

(…)

– Hanno ammazzato il principe ereditario austriaco e suo moglie!

– Dove? Come ? – chiede Rosa

– A Sarajevo! – ansima Karl senza fiato.

– Vieni, siedi, prendi un bicchier d’acqua.

L’uomo è come inebetito, beve meccanicamente e aggiunge: – L’Austria ritiene responsabile la Serbia: sarà la guerra.

A Rosa pare di trovarsi, sveglia, nell’incubo dei tante notti; un profondo orrore la pervade. – È ciò che la Germania aspettava per scatenare il conflitto in tutta Europa, – dice.

Poco dopo l’Internazionale operaia si riunisce a Bruxelles, per decidere quale comportamento debbano tenere i socialisti in caso di guerra. Non ci sono dettagliati resoconti di questa riunione, ma Rosa ne esce profondamente turbata, tanto che, in un grande raduno pacifista, tenutosi in concomitanza in un edificio della città, si rifiuta di prendere la parola. Con il volto racchiuso fra le mani, piange. Non riesce a rivolgere espressioni di ottimismo e di speranza a quella folla fiduciosa, unendosi alla retorica ipocrita dei vari relatori che parlano di pace, mentre votano a favore delle spese belliche nei relativi parlamenti.

All’inizio di agosto, come aveva predetto Rosa, la Germania dichiara guerra prima alla Russia e poi alla Francia. In parlamento è in discussione l’approvazione dei crediti di guerra, atto fondamentale per sostenere le ingenti spese che il governo del Kaiser si appresta a stanziare. Rosa è nell’edificio e passeggia nervosa davanti alla porta dell’aula dove i deputati stanno votando. Con lei ci sono altri compagni e tutti sembrano partecipare ad un funerale. La grande porta intagliata si socchiude ed esce Karl Liebknecht. Quello che è accaduto glielo si legge in viso. – Il nostro gruppo ha votato a favore, – mormora. – Io solo ho votato contro.

Per Rosa è uno dei giorni più neri della sua vita, ma presto si riprende. All’indomani si riuniscono in casa sua Karsky, Pieck, Liebknecht. Insieme decidono di intraprendere subito, dall’interno del partito, una battaglia contro la guerra.

Logorata dagli eventi, Rosa si ammala gravemente, mentre il tribunale di appello conferma la condanna inflittale l’anno prima a Francoforte per “incitamento all’insubordinazione militare”.

(…)

A gennaio riceve una buona notizia: Karl Liebknecht le scrive che venti deputati del Partito socialdemocratico hanno votato contro i crediti di guerra. Aggiunge esultante che non si sente più solo e che, il giorno di capodanno del 1916, il nucleo degli oppositori si è riunito nel suo studio e ha approvato le tesi sui compiti della socialdemocrazia internazionale scritti da lei in carcere.

A febbraio, scontata la pena, Rosa è rimessa in libertà (…) Da domani dovrà mettersi in moto per dare vita alla nuova formazione del loro gruppo dissidente. In carcere ha già pensato al nome: si chiamerà “Spartaco”.

(…)

La polizia è sempre più attenta a stroncare ogni spirito di critica e di ribellione, anche perché, dopo l’ubriacatura delle prime vittorie, la guerra comincia a mostrare il suo volto tragico. La gente si rende conto che non è una passeggiata trionfante ma, come scrive Rosa-Junius (* Junius era lo pseudonimo che aveva assunto la Luxemburg per gli scritti di quel periodo; ndr), “eccidio di massa del proletariato europeo”.

Nonostante le difficoltà, Spartaco riesce a mobilitare per il primo maggio del 1916 gran parte degli operai di Berlino, che in più di diecimila si radunano in una grande piazza già presidiata dalle guardie a cavallo. In prima fila ci sono Rosa e Karl, che indossa la divisa di soldato. I canti e le grida tacciono all’improvviso quando Liebknecht sale suoi gradini del monumento centrale e grida a piena voce: – Abbasso la guerra! Abbasso il governo!

Immediatamente alcuni poliziotti in borghese lo afferrano e lo portano via. Rosa, lì accanto, è spintonata e riesce a malapena a restare in piedi.

(…)

Giungono ovattate, ma ugualmente spaventose, le notizie dal fronte. La carneficina insanguina ormai tutta l’Europa e colma le fosse dei cimiteri di guerra.

La disperazione e la crudeltà coinvolgono tutti, persino gli animali. Ogni mattina giungono alla prigione (* Rosa è nuovamente imprigionata; ndr) carri pieni di divise sporche e sanguinanti, che le detenute comuni sono incaricate di lavare e rappezzare alla meglio. Oggi l’ultimo carro che arriva è trainato da bufali: evidentemente ormai scarseggiano anche i cavalli da soma e si fa ricorso a questi animali semiselvaggi catturati in Romania. Il carro è così carico che non riesce a varcare il portone d’ingresso della prigione. Il soldato che lo guida comincia a frustare i bufali tanto forte da incidere addirittura lo spesso manto nero di uno di loro e farlo sanguinare. Persino la guardiana che sorveglia le detenute in attesa di scaricare il carro si indigna: – Ma non hai un po’ di compassione per queste povere bestie?

– Nemmeno di noi uomini nessuno ha compassione, – risponde il soldato, e frusta ancora più forte. Poi si allontana fischiettando una canzone volgare.

Rosa che sta prendendo la sua ora d’aria, assiste alla scena e ne è sconvolta. Le delusioni politiche, le ingiustizie, la privazione della libertà non sono riuscite a indurire il suo animo; lei non può fare a meno di vivere la sofferenza di ogni creatura come fosse la propria. “Mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque vi siano nuvole, uccelli e lacrime….”. Si accosta ai due bufali, fermi accanto al carro vuoto. Quello dal manto lacerato guarda davanti a sé con i dolci occhi neri e ha l’espressione di un bambino spaesato e infelice. A Rosa scendono lente le lacrime, piange con lui e per lui, povero fratello strappato alle sue praterie e trascinato in questo luogo ostile e freddo. Gli si accosta ancora di più e gli sussurra all’orecchio: – Mio povero bufalo, mio povero amato fratello, siamo qui tutt’uno nel dolore, nell’impotenza, nella nostalgia…

(…)

L’ondata di scioperi spontanei acuisce la repressione del governo. Gli arresti di massa decapitano ogni forma di opposizione, anche Leo è catturato. La follia della guerra non accenna ad arrestarsi. Rosa disperata scrive: “L’operaio tedesco calpesta le ossa dei proletari russi, ucraini, baltici, finlandesi, calpesta la rovina economica della Francia, guadando fino al ginocchio nel sangue…”.

Vanna Cernenà, LA ROSA ROSSA. IL SOGNO DI ROSA LUXEMBURG, Edizioni EL, 2004, p. 99-127

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *