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Pubblicato da il 24 Ago 2018 in Frammenti | 0 Commenti

L’errore dell’intervento in guerra: “… si diventò amici”. I ricordi del Presidente Sandro Pertini (S. Pertini)

L’errore dell’intervento in guerra: “… si diventò amici”. I ricordi del Presidente Sandro Pertini (S. Pertini)

La mia classe, il 1896, fu chiamata anticipatamente e io partii. Ero contro la guerra, essa suscitava in me una vera ripugnanza. Già allora ero orientato verso il socialismo e sui giornali leggevo i resoconti dei comizi contro l’intervento di uomini come Modigliani, Turati, Treves, che sarebbero più tardi divenuti miei compagni e ai quali andava la mia solidarietà. Attraverso le trattative avremmo potuto ottenere, e i fatti poi mi diedero ragione, quanto invece ci costò seicentomila morti. I contrasti internazionali si devono risolvere intorno a un tavolo, senza mai ricorrere alla guerra, questo autentico mostro da schiacciare. Non ho mai dimenticato le parole di Turati: “Morte al regno della morte, guerra al regno della guerra”.

[Quando D’Annunzio pronunciò il suo discorso a favore della guerra dallo scoglio di Quarto] ero a Genova, ma non ebbi modo di essere presente. Tuttavia assistei a quella ubriacatura di interventismo. Poi, curiosamente, la maggior parte di coloro che volevano la guerra si imboscarono. Invece a me accadde che, chiamato alle armi, venni spedito con gli automobilisti nel Veneto come corriere della prima armata. Ricordo quei massacri. Per prendere una collina, mandavano all’assalto i battaglioni inquadrati, ufficiali in testa con la sciabola sguainata. La sciabola brillava alla luce del sole e quegli ufficiali diventavano sagome per un tragico tiro al bersaglio. Ma in luogo di adottare una più intelligente tattica di assalto, fu deciso di brunire le sciabole.

Avevo il titolo di studio e Cadorna obbligò coloro che si trovavano in questa condizione a frequentare i corsi, per sopperire alle tremende falcidie di ufficiali in linea. Il mio corso, vicino a Verona, durò trenta giorni, poi ebbi i gradi di sottotenente. Ero contro la guerra ma ho sempre fatto il mio dovere, perché non ho mai avuto paura fisica. Sono stato proposto per la medaglia di argento. Non me la diedero perché mi ero opposto all’intervento.

Al contrario di tanti sono andato al fronte, ho vissuto la vita orrenda della trincea fra il fango, fra i pidocchi. Sparavamo agli austriaci che erano giovani soldati, giovani ufficiali come noi. Ricordo una notte di Natale sul Pasubio. Si era concordata una tregua, scambiammo con loro dei dolci che le famiglie ci avevano mandato da casa, si diventò amici. Se domani in un’osteria di Roma si trovassero davanti a una bottiglia di buon vino un contadino ucraino, un operaio della Fiat, un contadino del Texas, un minatore tedesco, di che cosa crede che parlerebbero? Di come riescono a coltivare i campi, delle nuove tecniche, dei ritmi della catena di montaggio, delle loro donne, dei loro bambini. Parlerebbero della vita di tutti i giorni, perché questa è la sola cosa che interessa alla gente. Se tutti i popoli della terra, neri, gialli, bianchi, potessero esprimersi coralmente tutti, non uno escluso, io credo si esprimerebbero nel senso di poter continuare la loro vita quotidiana, si esprimerebbero per la pace…

(vedi: S. BERTOLDI, Fra i “neri” in cravatta rossa, “Oggi”, 29 marzo 1973 e 

C. VALENTINI, C’era una volta la guerra, “Panorama”, 10 marzo 1980)

* si ringrazia della segnalazione il signor Giorgio Dalle Molle

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