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Pubblicato da il 7 Gen 2017 in Chiesa | 0 Commenti

Lettere di un prete a un cappellano militare. E proteste contro la guerra: l’”inutile carneficina” (G. Borella, D. Borgato, R. Marcato)

Lettere di un prete a un cappellano militare. E proteste contro la guerra: l’”inutile carneficina” (G. Borella, D. Borgato, R. Marcato)

 

Tu sei il figlio con la croce, io la madre con la spada nel cuore”. Una madre trapassata dal dolore si sente don Piero Baron Toaldo, sacerdote del Sasso (* di Asiago; ndr), che aveva seguito ogni passo di don Giovanni (* Rossi; ndr), aiutandolo a coltivare la vocazione religiosa fino al sacerdozio. Ed ora trepida per quel suo figlio esposto, come migliaia di altri preti e seminaristi, agli orrori della guerra, all’inferno della prima linea, costretto a dover fare i conti ogni giorno con lo spezzarsi di tante giovani vite, soverchiato dai patimenti fisici e morali. Don Piero Baron nelle lettere che scrive a don Rossi accenna alla situazione dei paesi sfollati, informa sulla sorte di amici e conoscenti comuni, parla delle guerra usando spesso toni biblici, tuona contro il decadimento dei costumi che hanno permesso il dilagare del male e del maligno, dà consigli, esorta, compatisce. Ogni lettera, ogni biglietto, ogni messaggio è carico di affetto attraverso il quale filtrano i consigli per lo spirito. È come se cercasse, con le sue parole, di costruire bastioni e castelli invisibili per proteggere la vita e la vocazione di quel figlio lontano.

Il curato che ha educato con amore e fatica il giovane prete del Sasso sentendolo schiacciato dalla pena gli raccomanda di non abbandonare mai la fiducia. “Il caposaldo – scrive – è la fiducia, la quale in fondo si umilia alla onnipotenza. E la raccomando anche a te perché porta al trionfo. Nessuna granata vale a sfondarla, nessuna morte a travisarne il dolore. (…) Dunque avanti fino alla vetta… È vicina, è lontana? … Che importa? Sarà sempre radiosa anche per quei pochi che ci arrivano”. E in altre lettere incoraggia don Rossi a confidare in Dio “che più di quello che è designato dalla Provvidenza non succederà”. “Abbi sempre coraggio – esorta ancora – e in fondo troverai il compenso di quelle pene che Dio ha imposto ai soldati fedeli, per rimettere in onore i suoi diritti e rifare l’umanità. Si sta giocando l’ultima carta… Si salvi chi vuole! …. Siamo in mezzo al fuoco, lo spirito cattivo lo aizza… Invochiamo lo Spirito buono perché lo spenga. La preghiera mite e costante non cade mai invano. Coraggio”.

Parole di conforto e invito alla preghiera ricorrono continuamente negli scritti di Baron. “Preghiamo carissimo – scrive in una altra occasione – Le lacrime, le vite, non sono versate invano… Dio è pietoso e si placa. L’Italia gli è terra diletta, non può essere che sua. Cresce la fede e con essa la fedeltà ai princìpi”. E ricorda: “Oh le preghiere, la rassegnazione al sacrifizio muovono il cuore di Dio! Sta con Dio e il cuore non si spezzerà e ne avrai pei tuoi soldati a farli amare e non a odiare. La carità deve seppellire la guerra, non l’odio! Se son antipatriota, correggime, caro tu”.

Dalle lettere del prete del Sasso nonostante i controlli della censura trapelano qua e là giudizi sulla guerra. Inizialmente anch’egli, come tutti, è convinto che il conflitto avrà breve durata e che Trento e Trieste saranno conquistate con una rapida campagna militare. Scrive infatti fiducioso nel maggio del 1916: “Speriamo che riusciate a onorare la Patria e far libera l’Italia dallo straniero”. E qualche giorno dopo la gloriosa battaglia del Cengio che aveva visto i Granatieri resistere fino all’ultimo, così si esprime: “Caro caro, dalle granate, bel valore. (…) Stamattina fuoco vivo – partoriscono le montagne. I posti dei nostri avanzano – lo spirito nostro esulta. Non si smentiscono le aspirazioni come son freme quelle dei Granatieri di Sardegna. Io li amo senza conoscerli. Godo che si riposino per fare fremere i cani austriaci. Dio per Maria Ausiliatrice ci salvi e coroni la nostra diletta patria! (…) Dio ce la mandi buona. I granatieri ci rinfranchino. Siamo calmi perché fiduciosi”.

Ma la fiducia in una conclusione veloce del conflitto con il protrarsi delle ostilità si fa sempre più debole. Col trascorrere del tempo le lettere di don Baron sono piene di interrogativi e incertezze: quando si avrà la vittoria? Quando finirà la guerra? Domande che affannano tante famiglie che hanno un combattente al fronte. “Dicono – scrive il prete nella primavera del 1917 – che avremo anche amici francesi e inglesi che ci daranno mano. Questo sappiamo che avremo la vittoria ad ogni costo, contro qualsiasi insidia. Dove sia ciascun lo dice, quando venga nessun lo sa”. Conclude come di consueto ricordando con affetto i granatieri: “Ama i tuoi granatieri, benedicili spesso”! … Fiancheggia o Dio i granatieri”.

Mentre per la decima volta si sta combattendo furiosamente sull’Isonzo scrive: “Sei vivo? E i tuoi granatieri? Da quello che si vede sulla carta dei giornali e che traspare dai commenti del Comandante Cadorna, in questi giorni si è fatto strage dell’avversario e gli si è reso dei punti importanti. …Ma io e tutti quei che pensano col cervello, non ci illudiamo benché speriamo. La speranza è virtù teologale e l’uomo forte non la perde mai perché è sicuro del premio che ogni giustizia deve alla perseveranza… Ma intendiamoci bene: non alla perseveranza della guerra”. L’immane carneficina costata già all’Italia oltre un milione fra morti, feriti, prigionieri e che nel solo maggio del 1917 in un breve tratto del fronte ha messo fuori combattimento oltre 120.000 soldati italiani deve dunque finire. Deve finire la vendemmia di vite che cadono a migliaia sotto il tiro delle artiglierie, mentre lontano dalla trincee, nelle città e nelle campagne, la corruzione dilaga e ovunque trionfano peccato e perversione. Durissimo il giudizio sul male che avanza come un’onda putrida: “Il Veneto è sotto la vanga e il piccone di un genio malefico che trasuda puzza ed empietà da per tutto, perfino nei luoghi che dovrebbero essere la difesa dei nostri soldati e duci e formare la catapulta inespugnabile della redenzione. Un popolo che bestemmia Dio e deride la sua Religione, un’età divorziata dal sacerdozio e dall’altare, si suicidano… l’è poco più da dire. Gran Dio, che qualche principe potente d’ animo non si accorga e non si faccia promotore di leggi divine!… Sì, Dio benedetto lo susciterà! Coraggio, voi tribolati gemete al cielo e susciterete la salute. Dai grandi mali, la Divina economia ha sempre saputo ricavare il moltissimo bene”.

La voce di don Baron è una delle tante che si levano dal Paese come dal fronte auspicando la fine della catastrofe, voci che si fanno più insistenti nel 1917, anno in cui l’idea di una pace imminente è veramente condivisa da molti. L’Italia che combatte è stanca della guerra: atti di insofferenza e malcontento, episodi di indisciplina sfociati anche in aperte ribellioni vengono segnalati fra le truppe. E se sui treni che portano i soldati verso il fronte si registrano numerose proteste, centinaia di manifestazioni contro la guerra hanno luogo in moltissime città italiane. Vi partecipano migliaia di donne che reclamano il ritorno dei congiunti, l’aumento del sussidio, la fine delle ostilità. “Sintomi di ribellione – testimonia ad esempio il vescovo di Padova – si spargono in mezzo alle campagne con canti addirittura rivoluzionari e cantano operai, donne, bambini e soldati (…): Per colpa dei signori/la guerra è andata avanti/mettiamoci d’accordo/per ammazzarli tutti quanti. E fanno cori e gridano con quanto fiato hanno in gola”.

Lo stesso vescovo il 4 luglio 1917 scrive al pontefice: “Ma quando avrà fine questa orribile e inutile carneficina? Ormai non si passa né di qua, né di là; e perché continuare a logorarsi mentre colle armi assolutamente non si finirà più questa guerra?”. Qualche settimana dopo, esattamente il 1° agosto, papa Benedetto XV rivolge alle potenze belligeranti la famosa nota che invita a por fine alla “inutile strage”. Nota accolta malissimo negli ambienti del Comando supremo e recepita dal generale Cadorna come “una pugnalata nella schiena dell’esercito”. Si teme che le parole del papa abbiano un effetto demoralizzante nelle truppe, stanche e provate dalle sanguinose battaglie. La notizia della nota si diffonde infatti rapidamente tra i combattenti che proprio in quei giorni si battevano nella cruenta battaglia della Bainsizza e “invade d’impeto, a gran festa, l’intera fronte”. Anche fra le truppe a riposo e negli ospedali militari l’annuncio del papa viene accolto con manifestazioni di gioia. “Si arrivò al punto che non solo si gridava viva il Papa, viva la pace, ma graduati pubblicamente si abbracciavano, si baciavano, quasi fossero per congedarsi quella sera. All’ospedale di Santa Giustina – di 2000 letti – fu tale uno scatto di allegria che tutti i malati si alzarono e ci volle del bello e del buono per metter ordine” (a cura di A. Scottà, I vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, Roma 1991).

Ma la guerra continua: “Qui sull’altopiano – scrive don Baron il 14 settembre del 1917 – si tenzona e si mollano colpi: credo che nostro mastro Cadorna voglia coi suoi prodi Trieste e contemporaneamente Trento e detti la pace a… Sasso”.

Quasi un mese dopo, il 10 ottobre, don Giovanni Rossi riceve dall’amico una lettera, l’ultima prima del precipitare degli eventi a Caporetto. “Carissimo – scrive don Piero – da molto non ricevo tue nuove chiare che mi rivelino il tuo stato, le tue prodezze, le tue speranze. E non sono contento, sebbene continuo a raccomandarti al Signore e a tenerti vicino. La campagna vostra ci diventa ogni giorno più opprimente e assiste ogni giorno a scene che non ci affidano sull’avvenire. Et che non è Dio che voglia questo flagello. Ha parlato abbastanza per mezzo della chiesa… I reggitori devono esser persuasi che i lor disegni sono frustrati e che non è affatto così che si guadagna la tranquillità dei popoli. I popoli sono smarriti (…). Poveri governanti in mano alle sette. E chiudono gli occhi davanti al sole della Chiesa che Dio deroga a salvare il mondo (…) Ancora c’è tempo a un rinsavimento riconoscendo Cristo e il Papa suo vicario e presto calcando le sette e riprendendo il vangelo. Se no il diavolo lì farà fuori tutti. (…) Noi piangiamo e per quanto ci è concesso esortiamo il popolo a piangere e a convertirsi…. Se questo non sono gli ultimi tempi la pace non può mancare. Se sono gli ultimi tempi beati quelli che li prevedono e si dispongono alla destra”. La lettera miracolosamente sfuggita alla censura contiene evidenti richiami alla nota del pontefice. Don Baron, come fa di consueto, conclude lo scritto con parole di amicizia per i granatieri: “Abbiamo fatto il mosto, lo daremo volentieri ai granatieri vincitori”.

G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte. Lettere a don Giovanni Rossi cappellano militare della Grande Guerra, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto, 2004, p. 107-111

 

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