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Pubblicato da il 9 Mar 2019 in Letture | 0 Commenti

L’Europa e le patrie per una generazione unita e in pace, a partire dalla scuola (S. Zweig)

L’Europa e le patrie per una generazione unita e in pace, a partire dalla scuola (S. Zweig)

La costruzione di una nuova generazione deve naturalmente avere inizio nel momento del risveglio spirituale, nella scuola, vale a dire in quella fase della vita in cui la spiritualità dell’individuo in divenire si offre ancora morbida, tenera e simile a cera malleabile alla mano assennata del maestro. Ogni decisione presa sarà giusta, se la nuova gioventù d’Europa riceverà, al contempo e all’interno di ogni nazione, un’istruzione giusta. La nuova educazione, però, deve partire da una visione della storia, e precisamente dall’idea di sottolineare con maggior forza le affinità tra i popoli d’Europa, invece dei contrasti. Questa visione, che a me e ad altri appare indispensabile, finora è stata sempre soffocata a vantaggio di una visione della storia puramente politica e politico-nazionale. Il bambino è stato educato ad amare la propria patria, una visone visione a cui non ci opponiamo ma a cui vorremmo solo aggiungere che al contempo gli venga insegnato ad amare quella patria comune che è l’Europa, e il mondo intero, l’umanità tutta, a illustrare il concetto di patria senza ostilità, ma in comunione con le altre patrie. La visione da noi auspicata, tuttavia, si oppone presso ogni nazione alla descrizione della storia, che viene dappertutto insegnata con la stessa intenzione, vale a dire rappresentare il nemico storico di turno sempre e ovunque come nemico del Paese da migliaia di anni, come colui che è nel torto, mentre la propria patria è nel giusto; rappresentare nei libri di scuola ogni guerra come imposta con forza dal nemico e combattuta solo in difesa della propria patria. Forse – e sia concesso di buon grado – la storia politica, la storia nazionale, non può essere scritta altrimenti né altrimenti insegnata; forse scrivere e insegnare questo tipo di storia è persino espressione di un pensiero morale, infatti, solo i popoli ingenui, nello stato primitivo, hanno avuto il coraggio di vantarsi di avere avviato con ardore e sfacciataggine guerre per puro piacere; ed è emblematico che questo tipo di narrazione storica, che rappresenta ogni guerra e ogni conquista come estorta, abbia avuto inizio con il primo erudito che è stato soldato, e nel contempo, attore della sua guerra: Giulio Cesare. Questa grande figura mostra per prima già un certo pudore ad ammettere di aver conquistato i Galli, i Britanni e i Germani solo per estendere il potere di Roma, per aumentare il proprio potere; si dichiara, invece, costantemente provocato dalla stirpe di turno, sfidato, e nel celebrare le vittorie con nobile pudore non osa riconoscere di essersi spinto fino agli estremi confini d’Europa per puro istinto di conquista. Maggiore è la nostra sensibilità morale, maggiore la riflessione che una guerra prodotta solo per amor di conquista è una disumanità, una trasgressione della legge etica, e che solo la guerra imposta, la guerra difensiva è giustificabile, maggiore sarà in ogni nazione l’obbligo per insegnanti e libri di storia di descrivere ogni guerra storica come provocazione del nemico e la propria nazione come l’attaccata. Pertanto, per destare autentico entusiasmo nei giovani, ciascuna storia nazionale deve di necessità assegnare la colpa al Paese confinante. In realtà è inevitabile che ciò accada, e anche se oggi, durante i congressi, si chiede di eliminare dai libri di scuola perlomeno gli attacchi o i sospetti grossolani, il vero nocciolo della questione rimane intatto. Il giovane ardente, infatti, apprezzerà e coglierà fino in fondo l’eroismo dei padri e degli antenati, solo se ritiene che le loro siano state battaglie di giustizia e di onestà. Perciò la storia politica di ogni nazione irrimediabilmente non sarà né dovrà mai poter essere oggettiva, né mai potrà essere resa del tutto oggettiva. Rinunciamo alla speranza di cambiare la situazione, e impieghiamo piuttosto le forze per un obiettivo davvero irraggiungibile.

Il cambiamento che reputo realmente fruttuoso per la disintossicazione della sfera morale dei giovani dovrebbe essere molto più profondo e far presa più nell’intimo; dovrebbe condurre a un mutamento dei programmi scolastici in ogni Stato e nazione, da una storia politica, militare a una storia della civiltà. La storia è stata descritta troppo, e per tropo tempo, solo come una sequenza di guerre, come se quella militare fosse la sola e unica attività eroica di ciascuna nazione che sia mai stata richiesta all’umanità nei due, tre millenni di esistenza spirituale. Da un punto di vista sovranazionale, da una prospettiva universale, però, questo aspetto della storia come storia delle guerre risulta ormai un’assurdità completa. Popoli combattono popoli, eserciti combattono eserciti, generali sconfiggono generali, città vengono distrutte, nazioni si allargano e si restringono, regni si ingrossano e si rimpiccioliscono, sempre diversi, è un eterno andare avanti ma non c’è sviluppo, non c’è nesso. Fortunatamente, però, accanto a questa storia ce n’è una seconda, quella dell’umanità, della costruzione della civiltà – le grandi invenzioni, le scoperte, i progressi a livello di tradizioni, scienza e tecnica -, e mentre la storia delle guerre è nel complesso solo un incessante sali e scendi, la storia della civilizzazione indica un’incessante, inarrestabile ascesa, un elevarsi sempre più verso l’alto. Mentre la storia delle guerre mostra la colpa di ciascuna nazione nei confronti delle altre – come la Francia ha saccheggiato la Germania, la Germania la Francia, come la Grecia ha danneggiato la Persia, la Persia la Grecia -, mentre suscita nei discendenti immancabile odio e susseguente rancore, l’altra, la storia della civilizzazione, mostra il debito di ciascuna nazione nei confronti delle altre e unisce il magnifico registro di tutte le conquiste e le scoperte. Nella storia delle guerre i popoli appaiono unicamente come nemici, nella storia della civilizzazione come fratelli, grazie ad essa comprendono che ciascuna nazione è arricchimento per l’altra, che un’invenzione è stata completata da un’invenzione, che da un popolo all’altro scorrono per così dire fiumi di volontà creativa, e ogni attività, a differenza di quella bellica, accresce il benessere comune. La storia come storia delle guerre, così come ancora oggi viene quasi esclusivamente insegnata, mostra l’ininterrotta autodistruzione dell’Europa, la storia della civiltà, che al giorno d’oggi purtroppo non è ancora a sufficienza materia scolastica, insegna come i popoli d’Europa, grazie alla opera comune di Roma, della Grecia, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Scandinavia, hanno dato vita a un’idea spirituale sempre più magnifica e straordinaria. La storia delle guerre invita i giovani ad ammirare la violenza, la storia della civiltà insegna loro a venerare lo spirito, l’una a considerare suprema opera umana la guerra, l ‘altra la pace. Se guardiamo agli eventi del mondo attraverso la storia della civiltà, senza rendercene conto incoraggiamo lo spirito comunitario e l’ottimismo, perché qui c’è un’ascesa senza fine, un’armonia che risuona senza posa fra sfere sempre più alte.

Stefan Zweig, APPELLO AGLI EUROPEI, Skira, 2015, p. 55-59 (* il testo è del 1932)

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