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Pubblicato da il 24 Mag 2016 in Letture | 0 Commenti

“Li hanno messi in fila anche dopo morti”: 1966, Ungaretti torna sul Carso (L. Bellaspiga)

“Li hanno messi in fila anche dopo morti”: 1966, Ungaretti torna sul Carso (L. Bellaspiga)

 

I colpi del bastone sulle rocce bianche erano l’unico rumore che accompagnava i passi incerti di Giuseppe Ungaretti quasi ottantenne, tornato sul Carso per la prima volta dopo cinquant’anni dalla Grande Guerra. Era il 20 maggio 1966, esattamente oggi cinquant’anni fa.

Chi lo accompagnava non osava interrompere il suo silenzio.

 (…).

Così lo ricorda al Sacrario di Redipuglia, dove centomila caduti della Grande Guerra sono sepolti nella grandiosa gradinata che porta al cielo, cadenzata dalla parola “Presente” scolpita mille volte: «Per qualche minuto guardò in alto, poi scandì tre volte “No, no no. La morte è più semplice”. Lui aveva sperimentato la vera guerra, scarna, di pietra, cruda come il Carso, e quella glorificazione a posteriori non la descriveva». Poi, guardando le tombe, aveva scosso la testa: «Li hanno messi in fila anche dopo morti…».

A Gorizia nel 1966 dedicò pagine memorabili quanto sconosciute. «Gorizia non era il nome d’una vittoria – scrisse –, ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano nemico, ma che noi, pur facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello […]. Non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega». E ancora: «Qui sul Carso, quando mi cavavo dall’anima le parole, le mie povere parole, non sbagliavo. Ero solo, in mezzo ad altro uomini soli […]. Fu allora che, per guarirci dall’ossessione della fragilità, riudimmo nascere e crescere nell’anima la forza vera, quella che può muoversi inerme e incolume anche in mezzo al mietere della morte»: quel «sentimento ancora tremulo che ogni uomo è, quando non tradisce se stesso: il fratello di qualsiasi uomo».

«Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità», aveva scritto 50 anni prima in Fratelli. «Sul San Michele qualcuno gli chiese quanti austriaci avesse ucciso – testimonia Tubaro – e lui: “No, per carità! Dovevamo sparare, a sera ci controllavano le cartucce nella giberna, ma io miravo sempre dove non c’erano soldati”. (…).

Lucia Bellaspiga, Ritorno in pace sul Carso, in Avvenire, 20 maggio 2016, p. 13

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