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Pubblicato da il 5 Set 2014 in Letture | 0 Commenti

L’indomito (M. Rigoni Stern)

L’indomito (M. Rigoni Stern)

Per tutto questo quella mattina, sul far del giorno, Tonle non vide i camini fumare, né gente in movimento negli orti o nelle strade che portavano ai boschi. Prima non ci aveva fatto caso, ma dopo aver sentito quei colpi capì il perché. Per la terza volta, con mestizia, riaccese la pipa, sentiva tristezza e anche rabbia quasi da sentirsi cattivo anche lui per la crudeltà dei governi e dei poeti che volevano la guerra. Per i generali, pensava, fare la guerra è il loro mestiere, anche se fare ammazzare la gente è il mestiere più brutto: e forse a vent’anni fare il soldato, sia per l’uno o l’altro governo o Stato, è come giocare, come un’avventura, un’occasione di incontrare altra gente come te, o anche un motivo di fare valere la propria forza, o anche per il gusto di rivelarsi come fece il Tita Haus che dopo due anni di compagnia di disciplina il maggiore von Fabini dovette far rimandare a casa per indomabilità: quella volta l’aveva fatto vergare davanti a tutto il battaglione in rango e lui, dopo, calmo calmo si alzò dal cavalletto tirandosi su i calzoni. Il maggiore disse: – Soldato, ne avete abbastanza? Ricordatevi che io ho il cuore di ferro -. E il Tita Haus dopo essersi abbottonato gli sputò sugli stivali rispondendogli: – Se lei ha il cuore di ferro io ho il culo di bronzo -. E così, siccome le avevano provate tutte, lo rimandarono a casa.

Ecco, in questa maniera si poteva fare o non il soldato, ma non sparare per ammazzarci tra povera gente. E poi per chi? Questo pensava Tonle guardando le sue pecore, tirando nella pipa e ascoltando il cannone oltre l’Ass.

Mario Rigoni Stern, Storia di Tonle

(in Storie dall’altipiano, Mondadori Meridiani, 2003), p. 55-56

 

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