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Pubblicato da il 27 apr 2017 in Storia | 0 Commenti

“L’inferno suicidio” della Grande Guerra (M. Passarin)

“L’inferno suicidio” della Grande Guerra (M. Passarin)

 

LA GRANDE GUERRA

Con i suoi 9 milioni di morti e una ferocia senza precedenti nella storia dell’umanità, la Grande Guerra è stata dunque la prima delle grandi tragedie che hanno segnato il Novecento, il trauma che ha demolito le interpretazioni ottimistiche di allora sul processo di civilizzazione, la lacerazione senza la quale gli stessi successivi totalitarismi non si potrebbero comprendere appieno.

Fra il 1915 e il 1918 essa produsse mutamenti profondi sul piano politico, economico, sociale e culturale, come pure sul piano più privato delle coscienze individuali.

Costretto per la prima volta dal predominio della tecnologia ad una guerra prolungata e statica, chiuso nelle trincee il soldato conobbe il frantumarsi della propria identità in una disgregazione destinata ad avere pesanti ripercussioni nel dopoguerra.

All’interno della propria personalità egli vide scavarsi un vuoto. una sorta di “terra di nessuno” psicologica.

Da tre giorni dormo nel fango, tra il fango, col fango, mangio e bevo misto a fango, respiro fango, la mia pelle e ossa sono infangate”.

Pietre, buche, macerie, tende, baracche, trincee, caverne.

Questo fu l’inferno sudicio della guerra e del soldato che la visse.

Tutte le sofferenze umane diverranno episodi insignificanti di fronte a quelle della trincea.

Per quell’abisso non bastava il coraggio, era necessario uno spirito di resistenza sovrumano un dominio di se stessi superiore a quello indispensabile per affrontare il nemico nelle condizioni peggiori.

Non sembravano più neppure uomini, ma cose, povere cose, come le pietre tritate, come i sacchi sventrati, come gli elmetti sformati”.

Questa era la trincea… spesso avvolta dal fetore irrespirabile che si levava dalla putrefazione dei caduti, dove si moriva un poco ogni giorno in uno stillicidio lento e incolore durante le ore più monotone, torturanti ed oscure della guerra.

Negli occhi di tutti brillavano la stanchezza, il dolore e la disperazione, impossibili da comprendersi per chi non sa cosa siano state le trincee del Carso, dello Zebio, del Fior, dello Zovetto, del Cengio, del Cimone, del Novegno… per chi non sa cosa sia un assalto oltre i reticolati.

Sull’asprezza dei combattimenti avvenuti, le versioni tratte dai racconti, dalle memorie e dai diari dei soldati sono concordi e si muovono tutte sullo sfondo di una allucinante tragicità.

E’ incredibile quello che succede qui! Teste, gambe, zaini, zolle di terreno, viscere, braccia, pietre, tutto vola per aria. E’ un frastuono come se il mondo volesse ritornare nel caos. I miei soldati sono come istupiditi e pallidi dal terrore … Vorrei essere già morto”.

Nella vastissima memorialistica della Grande Guerra ci sono pagine come queste che fanno un quadro di tutti i martiri, di tutte le crudeltà, di tutte le sofferenze e degli aspetti più spietati di una lotta che non aveva più niente di umano.

Molti di quei soldati hanno avuto una tomba solitaria fra le nudità aspre delle doline carsiche sulle bianche cime del Pasubio e dell’Ortigara, sulle rive del Piave e dell’Isonzo quando non sono scesi in una fossa comune.

Altri non hanno conosciuto neppure il riposo sotto la nuda terra.

Il loro corpo a brandelli si è disperso, stemprato come il sangue sotto la pioggia, sui campi di battaglia, sgretolato dal fuoco delle artiglierie.

I soldati in linea videro cose che un uomo non dovrebbe mai vedere.

I rapporti medici, malgrado il linguaggio volutamente distaccato, sono sconvolgenti.

Tutto questo portò il combattente ad una profonda modificazione dell’identità personale nel corso della sua esperienza di guerra.

In tante lettere arrivate dal fronte era contenuta la frase “nessuno uscirà da questa guerra senza essere diventato una persona diversa” e per chi tornò, la personalità plasmata dalle vicissitudini belliche comportò molto spesso una profonda dissociazione, una discontinuità vera e propria a livello individuale.

Questo conflitto, autentico spartiacque del mondo contemporaneo, cambiò gli uomini che vi presero parte.

E prima che alla riflessione storiografica, la Grande Guerra appartiene dunque profondamente, all’esperienza e alla memoria dei suoi protagonisti.

Mauro Passarin

(Conservatore del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza; curatore della Mostra tenutasi a Vicenza, Palazzo Chiericati (8.10.2016 – 26.2.2017): “Ferro, fuoco e sangue! Vivere la grande guerra”)

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