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Pubblicato da il 29 Nov 2014 in Storia | 0 Commenti

L’infezione psichica della prima guerra mondiale (L. Zoja)

 

Nel passaggio culminante del Vangelo, Cristo chiede di perdonare i suoi persecutori “perché non sanno quello che fanno”. Queste parole ci riguardano. La paranoia è chiamata anche “sindrome persecutoria” e la mancanza di coscienza dei paranoici ha devastato il mondo. (…).

Esiste”, ha detto Primo Levi, “un contagio del male: chi non è umano disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici. (…).

Il contagio del male può avvenire in ogni epoca storica. La modernità gli oppone più consapevolezza, ma gli offre anche più mezzi di diffusione. Esso si trasmette come paranoia collettiva, cielo buio che avvolge le notti del mondo. In nessun evento umano questo è visibile come nelle Grande Guerra. Infinite volte essa è stata descritta come il primo conflitto industriale, che annienta decine di milioni di vite. Qui, invece, abbiamo voluto sottolineare come la prima guerra mondiale oltre alla vita fisica, distrugga la vita psichica: getta nel nulla centinaia di milioni di menti. I non molti rimasti ragionevoli – Romain Rolland, Stefan Zweig, Bertrand Russell, perfino il papa che dispone di potenti mezzi di comunicazione – sopravvivono soltanto come menti isolate.

Solo oggi, a un secolo di distanza, può imporsi una sufficiente consapevolezza di questo. Per decenni una identificazione nazionalista, letteralmente folle, continuò a prevalere in Europa. Il 16 aprile 1933 Joseph Roth scriveva a Stefan Zweig: “Caro amico, (…) è d’accordo sul fatto che i 40 milioni di persone che ascoltano Goebbels non trovano la minima differenza tra lei, Thomas Mann, Arnold Zweig, Tucholsky e me? Il lavoro di tutta la nostra vita è stato – in senso terreno – inutile”. È la paranoia collettiva a rendere la prima e la seconda guerra mondiale un’unica, ininterrotta guerra civile europea.

Luigi Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri, 2011, p. 370

 

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