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Pubblicato da il 25 Set 2014 in Letture | 1 Commento

L’isola dei morti: un racconto del Piave (L. Simeoni)

 

Il 15 giugno del 1918 l’esercito austroungarico decise di sfondare il fronte italiano sulla linea del Piave. Da una parte c’è la massa scura del Montello, dall’altra Moriago. In mezzo un’isola di cespugli e boschetti che gli abitanti del luogo chiamavano isola verde, poi divenuta famosa con il nome di “isola di morti”. È qui che si svolse una delle battaglie più importanti della prima guerra mondiale perché i soldati italiani, dopo nove giorni di furiosi combattimenti, riuscirono a riscattarsi dalla sconfitta di Caporetto capovolgendo le sorti del conflitto.

Sono molti i segni rimasti lungo le rive del fiume battezzato da vati e poeti “il” Piave, al maschile, che ricordano le imprese dei soldati italiani e la piena improvvisa che impedì agli austriaci il passaggio e ogni speranza di vittoria.

Piero lo aveva sentito narrare tante volte dal nonno di cui porta il nome. Nelle sere fredde d’inverno il vecchio soldato con lo sguardo perso nel vuoto, pescava qua e là nel sacco dei ricordi e raccontava.

Piero era spaventato da tutto quel sangue con gli spari, la paura, le fughe sotto i lampi e il rombo delle cannonate, e le grida dei soldati feriti. Eppure rimaneva sempre affascinato dal racconto e non riusciva a staccarsi dal nonno le cui storie ritrovava poi nei libri di scuola, anche se diventavano diverse. Più fredde, meno vive.

La cosa che più lo incuriosiva però della famosa battaglia del Solstizio, era il dopo. Ovvero dove erano finite tutte le anime di quei soldati morti in battaglia. Però lo capiva bene: se gli italiani difendevano la loro terra, le case e i campi dall’invasione nemica, gli austriaci e i tedeschi obbedivano a degli ordini. Da una parte e dall’altra erano giovani con tanta voglia di vivere che fino a qualche tempo prima di finire in trincea, avevano ballato alla sera abbracciati alla “morosa” nelle sagre del paese o lavorato nei campi fianco a fianco degli amici e dei parenti. Italiani e austriaci correvano in bicicletta, camminavano nei boschi, giocavano a pallone e si tuffavano nei fiumi alzando gli spruzzi e ridendo tra loro. Proprio come faceva il nonno al suo paese.

“Nonno, dove sono finite le anime dei soldati morti in battaglia?” chiedeva il piccolo Piero al vecchio soldato che sorrideva accarezzandogli piano la testa. “Io le ho viste le anime dei morti sul greto della Piave – rispondeva il nonno – e forse un giorno capiterà anche a te”.

Così quella notte, era il 23 giugno, Piero divenuto ormai un uomo adulto scendeva verso il grande fiume sacro alla Patria percorrendo il sentiero che da Moriago va all’isola dei morti, traversando le nuova piazzetta e il cippo ai caduti. La luna giocava tra le nuvole svelando a tratti la sua luce d’argento. I ciottoli splendevano come piccole gemme mentre l’acqua cullava i ricordi con il suo mormorio.

Fu allora che fissando l’oscura sagoma del Montello Piero vide strane figure emergere dal buio. Si muovevano in modo rapido, scivolando verso la sponda destra del fiume dove si fermarono per un istante assumendo chiari contorni umani. Sembravano soldati, a giudicare dalle parvenze di uniformi e per gli elmetti che portavano in testa. Le mani però erano vuote: niente fucili, baionette, bombe a mano, coltelli, pistole, mitraglie.

Piero allora capì cosa intendeva dire il nonno: le anime dei soldati morti nella furibonda battaglia del Solstizio tornavano ogni anno a riunirsi nei luoghi in cui si erano staccate così violentemente dal corpo. A sentire i bisbigli pareva che pregassero: migliaia di soldati italiani, austriaci, ungheresi, polacchi pronunciavano parole nella medesima lingua che Piero capiva per non avendola mai sentita. Parlavano di pace, di quanto ce ne sia bisogno su questa terra.

Mentre i raggi della luna rischiaravano l’isoletta frastagliandosi nei rivoli d’acqua, quelle strane forme opalescenti cominciarono a girare sempre più unite tra loro, creando un mulinello bianco che s’inabissò nel fiume. L’acqua le accolse in un grande abbraccio di madre, mentre a levante l’alba sorgeva nitida e dolce, con i colori del fiore di pesco.

Laura Simeoni, Fiabe e leggende del Piave, Santi Quaranta, 2003, p. 74-77

(* grazie della segnalazione a Pino Costalunga)

 

1 Commenti

  1. Tenerissima e commovente!

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