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Pubblicato da il 3 Dic 2015 in Chiesa | 0 Commenti

L’opposizione cattolica più forte… che, poi, diventa debole (E. Ongaro)

L’opposizione cattolica più forte… che, poi, diventa debole (E. Ongaro)

 

L’opposizione all’entrata in guerra dell’Italia da parte del gruppo di Miglioli (* Guido Miglioli, cattolico, politico e sindacalista; ndr) , radicato nelle plebi rurali della provincia di Cremona, fu la più tenace del movimento cattolico. A Cremona, nei circondari di Crema e Soresina, già dall’inizio del Novecento erano attive le “leghe bianche” che contendevano ai socialisti della Federterra l’egemonia sul mondo contadino e si muovevano in autonomia rispetto all’autorità ecclesiastica. Nell’ottobre 1913, alle prime elezioni a suffragio universale maschile, Miglioli era stato eletto deputato civile nel Collegio di Soresina. Strumento di propaganda e di formazione era il quotidiano L’Azione, che riteneva la guerra uno scandalo per la coscienza cristiana, negava che essa potesse configurarsi come lotta per la civiltà, in quanto essa è soltanto scontro di interessi finanziari, militari, imperialistici, strumento delle classi padronali contro le classi lavoratrici e degli speculatori per il loro profitto. Fin dal primo giorno della guerra, innescata dall’ultimatum dell’Austria alla Serbia, l’editoriale de L’Azione suonò perentorio: senza entrare nel merito delle ragioni vere o fittizie dell’Austria, emise un “grido di protesta ed opposizione contro la guerra”, proclamando che ogni sforzo andava compiuto “per impedire che governo e nazionalismo siano trascinati nel vortice sanguinoso (Contro la guerra, in “ L’Azione”, 28 luglio 1914). Due mesi dopo, a fine settembre 1914, l’organo militante del cattolicesimo migliolino ribadì e denunciò:

La guerra, dunque, perché? Si dice per il Trentino. E allora rispondiamo subito no. Anche noi sentiamo l’aspirazione verso il ritorno in patria di questi nostri fratelli irredenti, ma il sacrificio deve essere proporzionato allo scopo. La sua conquista non chiederebbe meno del sacrificio di cinquantamila uomini, e questo, senza contare i milioni (di lire), per redimerne sì e non duecentomila? Noi pensiamo e speriamo che il Trentino ci debba ugualmente toccare con una saggia azione diplomatica (Ancora per la neutralità, in “L’Azione”, 26 settembre 1914. La popolazione del Trentino, comprendente allora anche una parte della provincia di Belluno, aveva circa 390.000 abitanti).

La causa del Trentino non è più questione di irredentismo, ma è pretesto per gettare l’Italia, ostinatamente neutrale, in una guerra che il suo popolo à mostrato di non volere né tanto né poco. Poiché, via, si sa in Italia che l’irredentismo lo sentiamo più noi redenti dei nostri fratelli sventurati…. doloranti sotto il giogo e lo sfruttamento dell’odiata vicina. Si sa che soltanto pochi giorni fa un deputato di Trento, in missione straordinaria a Roma, à dichiarato esplicitamente che in un plebiscito per l’annessione di Trento all’Italia non risponderebbe favorevolmente l’80 %. (…) Si sa che voi, travestiti per l’occasione da paladini dell’irredentismo, siete gli ostinati guerrafondai, imperialisti o socialisti, massoni tutti, i veri nemici veri dell’Italia nostra (Trentino! … sirena massonica, in “L’Azione”, 9 ottobre 1914. Il deputato trentino era Alcide De Gasperi).

Il quotidiano cremonese contestò il discorso del conte Dalla Torre sulla neutralità condizionata, perché aveva suscitato l’impressione di essere più favorevole all’intervento che alla neutralità: gli negava di aver parlato a nome dei cattolici, “perché a contatto con il popolo, sentiamo di pensarla diversamente”.

Miglioli il 21 maggio 1915, dopo aver votato no alla guerra, unico tra i deputati cattolici rivendicò la sua scelta in una lettera al direttore del Giornale d’Italia che stava indagando per identificare i pochi deputati che, oltre ai socialisti, avevano votato contro l’affidamento dei poteri speciali al governo:

Per me esistevano due quasi pregiudiziali: quella della mia fede idealmente avversa alla guerra, e quella dei miei convincimenti sociali, i quali mi impongono un alto rispetto del sentimento delle classi lavoratrici, che credo di non errare ritenendo in gran parte alla guerra oggi contrarie (Il voto dell’on. Migliolo, in “L’Azione”, 25 maggio 1915. Tuttavia la lettera di Miglioli concludeva: “Non occorre Le aggiunga, però, che alla parola detta dalla Patria, come cittadino e come cattolico so di dovere ora rispondere col più puro slancio di amore e di sacrificio”).

(…)

Nel periodo della neutralità le diverse posizioni presenti nel mondo cattolico rispetto all’entrata in guerra dell’Italia si ricomponevano sull’atteggiamento da tenere quando il governo avesse deciso: il dovere all’obbedienza alla decisione dell’autorità legittimamente costituita. Una concezione mitica sacrale, dell’autorità – in questo caso rappresentata dal re e dal governo – la faceva considerare come unica titolare delle scelte relative al bene e all’interesse della nazione. Anche quella stampa cattolica che era più convinta dell’opportunità per l’Italia di restare neutrale non aveva dubbi e nel suo editoriale aveva preannunciato l’obbedienza quando il governo avesse messo fine alla fase della neutralità perfino il quotidiano cattolico di Cremona, L’Azione, dopo la decisione del governo, mutò onda: “Non con sola rassegnazione e disciplina dobbiamo affrontare la guerra, ma con fermo cuore e slancio di tutto noi stessi” (Avanti!, in “L’Azione”, 25 maggio 1915).

Ci fu chi, in campo cattolico all’obbedienza aggiunse la consegna del silenzio: “la obbedienza, il dovere del silenzio, si impongono ai veri patrioti” sentenziò la rivista di ambienti cattolici milanesi Vita e Pensiero, ripresa anche dalla più autorevole Civiltà Cattolica.

 Ercole Ongaro, No alla Grande guerra 1915-1918, I libri di Emil, 2015, p. 86-88 e 187

 

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