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Pubblicato da il 5 Feb 2016 in Frammenti | 0 Commenti

“Madre natura tiene il mestruo”: la vita nelle trincee dell’Altopiano (E. Camanni)

“Madre natura tiene il mestruo”: la vita nelle trincee dell’Altopiano (E. Camanni)

 

Altopiano vuol dire pianura e altura insieme, con il peggio dell’una e dell’altra guerra. Non ci si può appartare come sulle cenge delle Dolomiti, bisogna strisciare in campo aperto, ma i villaggi sono lontani, d’estate manca l’acqua e d’inverno cadono metri di neve, le slavine e il gelo interrompono i collegamenti con la valle, si diventa eremiti, o naufraghi. Pochi soldati hanno raccontato la difficoltà e le pene del combattimento in parete, perché c’era sempre qualche ideale che le riscattava; molti hanno annotato l’orrore della trincea. Anche i soldati semplici: “Porca di questa vita! Se un Dio vedesse dall’alto questi solchi puzzolenti e stillanti di sangue potrebbe credere che madre natura tiene il mestruo”. “Quando ero a casa avevo paura veder dei morti, qui invece bisogna camminar sopra, avevo paura camminar di notte, qui si viaggia quasi sempre di notte e si cerca l’imposibile di andar… per non farsi vedere dal nemico, e sempre curvi si viaggia”. Queste lettere non sono mai giunte a destinazione: fermate e requisite dal servizio censura dell’esercito. Eccone un’altra del luglio 1917, mai spedita dall’Ortigara:

delle giornate puoi lasciare i pantaloni per fare i tuoi bisogni, ma tante volte bisogna anche farla nei pantaloni o altrimenti è la ghirba (* la pelle) che va al diavolo; non siamo sicuri neanche tre metri sottoterra, non dei tedeschi, ma dei nostri bravi bombardieri. Il giorno 10 era terribile, ma il 19 non si poteva resistere: quanti e quanti si sono visti sparire senza trovarne neanche la testa: cose che facevano altro che pietà a vederle; per me sono stanco; sono diciassette mesi di trincea…

Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne, Laterza, 2014, p. 131-132

 

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