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Pubblicato da il 18 Nov 2016 in Storia | 0 Commenti

Nel 1916, a Vicenza: città cattolica e militarizzata… (E. Franzina)

 

Due settimane a Vicenza: febbraio 1916

(…) Un fronte che era più vicino nonostante ci trovasse alle porte di Vicenza città anch’essa di prima retrovia, anzi una “città ospedale” già abbondantemente militarizzata. (…).

Liquidate le solite riserve mentali che alcuni di noi combattenti avevano nei confronti degli imboscati di cui, parlando di operai, era facile fare un unico fascio indistinto, si trattava in effetti almeno a Vicenza, di un’umanità multiforme, in via generale assai paziente, umile e gentile a cui mille comitati patriottici (ce n’era uno presieduto da una figlia di Fogazzaro piccola e bruttina) e gli immancabili preti, vecchi parroci intransigenti e giovani modernisti prudentemente in sonno, non facevano fatica a rivolersi per far meglio figurare oppure anche solo apparire la popolarità delle proprie iniziative di sostegno della guerra nazionale.

Questo dilemma fra popolo e nazione mi si presentò dinanzi agli occhi con chiarezza, concretamente intendo, proprio a Vicenza. (…).

Sebbene la stragrande maggioranza dei soldati non nascondesse, come io avevo invece cercato di fare, un’avversione crescente e comprensibile nei confronti della guerra e dei suoi orrori, non erano dunque solo gli ufficiali e i giovani tenentini interventisti a tenere il punto.

Che poi come me andassero tutti all’assalto e prendessero parte, obbedienti o riluttanti, alla guerra guerreggiata maledicendola soltanto nell’intimo del cuore ma augurandosi in fondo anche la vittoria dell’Italia, era un altro paio di maniche ovvero una prova del fatto che la natura umana ha sempre in sé qualcosa d’irrimediabilmente contraddittorio. Dovevo farmene una ragione e darmi pace, visto che la Pace poi non arrivava e che Dio pareva essersi dimenticato di noi.

Naturalmente questo era ciò che credevo anch’io, ma c’erano tantissimi soldati cresciuti nei ricreatori parrocchiali e nei circoli cattolici di tutto il Veneto i quali la pensavano un po’ diversamente da me e usavano riversare nelle loro corrispondenze un vero florilegio di buoni sentimenti in cui ogni anelito di pace quasi sfumava confondendosi con le certezze fornite dalla fede o piuttosto da una cristiana rassegnazione che sembrava ed era anche segno di resa passiva, senza riserve, alle ragioni del patriottismo ritrovato. Me n’erano passate davanti agli occhi parecchie di lettere! (…).

Lasciando da parte i nostri cappellani in divisa, i padri Semeria e i don Minozzi in trasferta, il vescovo della città e quello castrense o da campo, che facevano tutti, spesso e volentieri, la loro comparsa nella Casa del soldato di Vicenza, una delle prime e delle più grandi che fossero state aperte in Italia, in un posto che brulicava come questo ai piedi dei Berici di suore, di preti e di fedeli osservanti, il cattolicesimo si offriva, anche a uno sguardo distratto e terra terra, come banco di prova ideale per le famose contraddizioni, nostre e altrui. (…).

Emilio Franzina, La storia (quasi) vera del milite ignoto, Donzelli, 2014, p. 101-114

 

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