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Pubblicato da il 11 Apr 2015 in Frammenti | 0 Commenti

“Nemmeno di noi uomini nessuno ha compassione”: la violenza sugli animali (M. Revelli)

“Nemmeno di noi uomini nessuno ha compassione”: la violenza sugli animali (M. Revelli)

È noto il brano – tratto proprio da una di queste lettere dal carcere (* di Rosa Luxemburg a Sophie Liebknecht; ndr) datata “Breslavia, metà dicembre 1917” – sul bufalo ferito (un bufalo finito, innocente, nella tempesta bellica degli uomini e portato appunto, come trofeo di guerra dell’esercito tedesco, dalla sua Romania fin lì, nel cuore della Polonia):

Alcuni giorni fa è arrivato dunque un carro pieno di sacchi, il carico era così alto che i bufali non riuscivano ad attraversare la soglia del portone d’ingresso. Il soldato che guidava, un tipo brutale, cominciò a picchiare sugli animali col manico della frusta in tale maniera che la guardiana indignata lo investì per chiedergli sa non aveva un po’ di compassione per quelle bestie: “Nemmeno di noi uomini nessuno ha compassione”, rispose quello con un sorriso cattivo e colpì ancora più forte… Gli animali tirarono e alla fine passarono, ma uno sanguinava…. Sonicka, la pelle del bufalo è proverbiale per spessore e resistenza, ma quella era lacerata. Durante lo scarico gli animali stavano tranquilli, spossati, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé con una espressione nel volto nero e nei dolci occhi grandi, come un bambino che piange. Era proprio l’espressione d’un bambino che è stato duramente punito ma non sa per che cosa, perché, non sa come sfuggire alla tortura e alla violenza rozza… io stavo lì davanti e l’animale mi guardava, mi cadevano giù le lacrime: erano le sue lacrime, non si può fremere per il fratello più caro più dolorosamente di quanto fremessi io nella mia impotenza per quella sofferenza silenziosa.

Dove, appunto, la partecipazione empatica alla totalità della vita, la capacità di compartecipazione alle sofferenze del vivente, s’intreccia, inestricabilmente, alla condanna della guerra. All’attenzione viva, sofferta per le ricadute devastanti che la violenza dispiegata e impiegata ha sull’essere umano. Insomma, alla denuncia, consapevole, della devastazione antropologica che la violenza – e la guerra in primo luogo, come forma suprema della violenza intraspecifica – provoca: “Intanto i carcerati”, continuava la lettera, “correvano affaccendati intorno al carro, scaricavano i pesanti sacchi e li trascinavano dentro, il soldato invece mise le mani nelle tasche dei pantaloni e se ne andò a spasso a gran passi per il cortile, sorrideva e fischiettava una canzone triviale. Mi passò davanti agli occhi tutta la magnifica guerra”.

Marco Revelli, Marxismo, violenza e nonviolenza

(in Fausto Bertinotti, Lidia Menapace, Marco Revelli, Nonviolenza, le ragioni del pacifismo, Fazi, 2004, p. 102-103)

 

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