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Pubblicato da il 11 Apr 2015 in Letture | 0 Commenti

“No, non sapranno rispondere” (M. Rigoni Stern)

“No, non sapranno rispondere” (M. Rigoni Stern)

Quella notte, quando l’oste e la moglie avranno abbandonato l’Osteria, dall’ampio sottotetto, dalle stanze disadorne, dai corridoi ma anche da strade che partono da lontano, gli spiriti si ritroveranno davanti al focolare – è sempre quello da secoli, l’unico manufatto rimasto dopo guerre e incendi! – dov’è acceso il fuoco che non si consuma; come non si consuma il petrolio che alimenta la lampada, e il vino e la grappa, il pane e il formaggio.

Le sedie di legno con il fondo di paglia verranno occupate da chi per primo arriva accanto al fuoco. Potrà capitare che il federmaresciallo barone Franz Conrad von Hotzendorf si segga sulla pietra del focolare e il contrabbandiere Tonle nella comoda sedia, che Musil rimanga in piedi appoggiato alla cornice di marmo, il generale conte Luigi Cadorna accanto a Tonle, e Barba Matìo, così, per abitudine piacevole, curi il fuoco e la sua pipetta. Parleranno della vita trascorsa, dei fatti grandi e piccoli e di molte altre cose. Tutti, chi più chi meno, hanno avuto rapporti con questa Osteria di confine. (…).

– Per conto mio, – dirà una sera Tonle a Vittorio Emanuele e a Francesco d’Asburgo, – avete sbagliato a dichiararvi guerra. Non eravate anche parenti? E poi, cosa credete di avere risolto? Niente. Tanto di guerra ne hanno fatto un’altra più brutta. Non vedete com’è andata a finire? Io stavo bene con la la gente, con tutta, di qua e di là dei confini.

– Vedi, caro amico, – risponderà Francesco Giuseppe, – non ero io che volevo la guerra. Nella tua Italia c’erano alcuni che alzavano la voce, e chi grida più forte viene ascoltato anche se ha torto. Io, in Austria, avevo i generali con in testa Conrad von Hotzendorf che voleva addirittura che vi attaccassi al tempo del terremoto di Messina. E poi non si fidavano dell’Alleanza. Avevano ragione, siete stati voi a tradire il patto.

– Non noi, non noi mei lieber Franz, quelli che governavano. Insieme mi avete distrutto la casa e disperso la famiglia.

– Vedi cugino, – interverrà Vittorio Emanuele, – nel mio proclama dicevo che seguivo l’esempio del mio grande Avo e chiedevo ai miei soldati di compiere l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri. Tu ai tuoi popoli richiamavi la memoria di Novara, Mortara, Custoza, Lissa, battaglie gloriose della tua gioventù, lo spirito di Radetzky. Ci dicevi perfidi nemici e chiedevi la benedizione dell’Onnipotente…

Barba Matìo ascolterà tirando i fumi della sua pipetta e a un certo punto interverrà dicendo: – Ma come fate a dire “miei soldati”, “mio popolo”? Credete di essere padroni della vita degli uomini? Se è vero, come andate ragionando, che è stata tutta colpa dei generali, dei ministri e degli industriali, delle banche, e dei poeti, che re e imperatori eravate mai voi? Non contavate proprio niente? Era meglio se vi giocaste il Trentino a dama e Trieste a briscola…

– Bambinate, ignoranza storica, – si intrometterà a questo punto il federmaresciallo Conrad, – il mio imperatore doveva mettere in atto la mia proposta: lasciare pure avanzare l’esercito italiano fino a Lubiana o anche oltre verso Vienna, e poi sferrare il nostro attacco da qui. Sarebbe tutto finito in fretta…

Robert Musil, fino a quel momento un po’ appartato, uscirà dall’ombra, accenderà una sigaretta sottile prendendo il fiammifero dalla scatola che è sul tavolo, con un cenno del capo saluterà, sorriderà a Tonle, e dopo aver espirato il fumo dirà sottovoce alla compagnia:

Miei signori, ascoltate qui rivolti,

batte l’orologio i suoi dodici colpi.

Fate attenzione alla luce e al fuoco,

che una sventura è questione di poco!

Detto questo ritornerà nell’ombra.

Nevicherà quella notte che appariranno i quattro ufficiali del 27° Reggimento imperiale di fanteria Koning der Belgier con sede a Graz. Attorno al fuoco che non si consuma ci sarà anche un signore anziano con la divisa di capitano del genio pompieri che si presenterà ai quattro salutando militarmente. Capirà dalle loro divise che son della 6aInfanteriedivision, quella che ha tenuto il fronte più alto di queste montagne. Staranno a lungo, quella notte, a parlare delle loro avventure ai convenuti. (…).

si farà un po’ di posto una figura intabarrata: – Fatemi un po’ di posto, ho freddo, – chiederà Carlo, il pastore che per tanti anni su questi alti monti ha d’estate condotto il suo gregge. I quattro ufficiali staranno zitti, come imbarazzati dalla sua presenza. – Dopo che voi siete andati via, nel ’19, sono ritornato con le mie pecore, – dirà Carlo. – Ho trovato tanti rifugi dove poter comodamente dormire, strade, mulattiere selciate, vasche per raccogliere l’acqua; c’erano anche molti depositi di munizioni sparsi per le montagne, baracche e case; persino la chiesa tutta in tronchi che avete dedicato a Santa Zita, patrona della vostra ultima imperatrice. Ma anche cimiteri di soldati e ancora soldati morti tra le rocce e i mughi. Ma perché? Questo mi domandavo e vi domando. Sapete dirmi perché?

No, non sapranno rispondere. Non riusciranno, in quel momento a pronunciare con leggerezza parole come onore, difesa della patria, gloria, fedeltà.

Mario Rigoni Stern, Osteria di confine, in Sentieri sotto la neve, Einaudi, 1998, p. 57-61

 

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