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Pubblicato da il 1 Dic 2020 in Letture | 0 Commenti

Non cancellare il silenzio della morte (C. Noacco)

Il silenzio guida la nostra coscienza non solo sul cammino della nostra storia, ma anche lungo i sentieri della memoria storica. Camminare in montagna permette infatti di risalire il filo del tempo e di ripercorrere la memoria del paesaggio, dal momento che i movimenti della terra hanno lasciato una traccia nelle pieghe e nelle crepe visibili della roccia. Allo stesso modo, quando percorriamo un sentiero delle Alpi centrali e orientali, dove correva la linea del fronte della Grande Guerra fra l’Italia e l’Austria, oppure quando passeggiamo sull’altopiano del Vercors, capoluogo della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, abbiamo il dovere di restituire ai luoghi attraversati la loro storia, di sentirci il respiro trattenuto delle sentinelle per lo scoppio improvviso di una granata che lacerava il silenzio e trasformava un paesaggio da sogno in un luogo da incubo. Quante tracce di questi conflitti si trovano ancora su queste montagne: ripari, baracche, scale, gallerie, gradini, camminamenti scavati nella roccia e sentieri per il passaggio dei muli, carichi di ogni tipo di materiale. Visitare questo teatro di guerra  oggi va di moda: musei all’aperto, manichini vestiti e armati attirano una folla di turisti al passo di marcia, muniti di macchine fotografiche. Non ho la pretesa di sentirmi meglio di loro, quando percorro liberamente questi luoghi paradisiaci che hanno conosciuto l’inferno della guerra. Al contrario, percepisco il peso della storia, che mi fa camminare in tutta sicurezza su questi sentieri scavati dai soldati a forza di sudore, di paura, di orrore. Il mio silenzio incontra il loro e ne diventa l’eco, mentre scavano una galleria o scrutano l’ingresso alla macchia, temendo la presenza del nemico, a qualche metro da loro appena. Li immagino anche rannicchiati in fondo ad una grotta, mentre sorvegliano il passaggio circostante o mentre cercano di dormire, dopo il loro turno di guardia, assaliti dai ratti, dai ricordi o dagli incubi. Silenzio dell’attesa, silenzio della paura, silenzio dell’orrore. Per prendere veramente coscienza delle tracce che la storia ha lasciato in questi luoghi bisognerebbe visitarli al di fuori della stagione turistica, a piccoli gruppi e in silenzio. I campi di battaglia, come dice Francis Scott Fitzgerald, offrono al visitatore “una certa qualità di silenzio”, che abbiamo il dovere di sentire e di far risuonare in noi stessi, affinché i nuovi fiori non coprano completamente, nella nostra memoria, i crateri aperti dalle granate e affinché la prossima neve non cancelli completamente il fango che ha riempito le bocche dei soldati morti per la patria su queste montagne.

 

Cristina Noacco, LA FORZA DEL SILENZIO. Piccole note sul fruscio del mondo, Ediciclo, 2017, p. 66-68

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