Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 14 Apr 2020 in Letture | 0 Commenti

“Non c’era uomo più felice di lui”: il falso onore del soldato (T. Mann)

Hans Castorp aveva ricevuto sempre brevi notizie di suo cugino, prima buone, baldanzose, poi meno favorevoli, infine tali da mascherare fiaccamente qualcosa di assai triste. La serie di cartoline cominciò con la gaia notizia dell’entrata in servizio e della entusiasmante cerimonia in cui, come si espresse Castorp nella cartolina di risposta, Joachim aveva fatto i voti di povertà, castità e obbedienza. Poi continuò allegramente: le tappe di una carriera liscia, favorita, facilitata dall’attaccamento al dovere e dalla simpatia dei superiori, erano segnate da cenni e saluti. Siccome aveva frequentato alcuni semestri, Joachim fu esonerato dall’obbligo di frequentare la scuola di guerra e dal servizio di allievi ufficiale. A capodanno fu promosso sottufficiale e mandò una sua fotografia coi relativi galloni. L’entusiasmo per lo spirito della gerarchia nella quale era inserito, ferrea, inflessibile sul punto d’onore e ciò nonostante comprensiva, magari con mordace umorismo, trapelava da tutte le sue brevi relazioni. Egli riferiva aneddoti intorno al romantico e bizzarro contegno che un sergente, soldato burbero e fanatico, aveva adottato con lui, giovane e fallibile subalterno, nel quale però scorgeva il predestinato superiore di domani, che già frequentava il circolo ufficiali. Era buffo e serio ad un tempo. Poi si parlò di ammissione agli esami di ufficiale. E ai primi di aprile Jaochim era sottotenente.

Non c’era manifestamente uomo più felice di lui, il cui carattere e i cui desideri coincidessero meglio di così con quel tenore di vita. con una certa voluttà pudica raccontò che passando la prima volta nella nuova divisa davanti al municipio e avendo visto da lontano la sentinella mettersi sull’attenti per rendere gli onori, le aveva fatto cenno di tralasciare. Riferì piccoli fastidi nonché soddisfazioni del servizio, episodi di splendido cameratismo, parlò della scaltra fedeltà del suo attendente, di comici incidenti durante le esercitazioni e le ore di istruzione, di visite e conviti amichevoli. All’occasione dava notizie della vita di società, di pranzi, di balli. Della sua salute, mai.

(…)

Alle sette spirò (…).

Avvertito da Schwester Berta, arrivò Berhens. Era stato là soltanto mezz’ora prima per un’iniezione di canfora, aveva perduto l’istante del veloce trapasso. “Be’, per lui è finita” disse schiettamente sollevandosi con le stetoscopio dal muto petto di Joachim. E con in cenno del capo strinse la mano ai due parenti. Poi stette ancora un po’ con loro davanti al letto osservando il viso immobile di Joachim, incorniciato dalla barba guerriera. “Folle ragazzo, questo” disse voltandosi a metà e indicandolo con la testa. “Ha voluto spuntarla, ecco… il suo servizio laggiù non fu che un atto di forza, di ostinazione… con la febbre faceva servizio, a tutti i costi. II campo dell’onore, capisce?… è scappato, il fuggiasco, sul campo dell’onore. Ma l’onore per lui era la morte… sì, anche viceversa, se loro credono, … in ogni caso ci ha detto: Ho l’onore! Folle ragazzone, questo, folle davvero.” E se ne andò, lungo e curvo, con la collottola sporgente.

 

 

 

Thomas Mann, LA MONTAGNA INCANTATA,  Corbaccio, 1992 (or. 1924), p. 490-491 e 531-532

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *