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Pubblicato da il 4 Nov 2016 in Letture | 0 Commenti

“Ogni pietra mi par mia: mio ogni cespuglio”: quale amore rivela la guerra?  (Carlo Pastorino; con commento di Maurizio Mazzetto)

“Ogni pietra mi par mia: mio ogni cespuglio”: quale amore rivela la guerra? (Carlo Pastorino; con commento di Maurizio Mazzetto)

 

Casa d’altri

Spesso, nei momenti di riposo, noto che Carrera se ne sta solo. Vi è un punto della mulattiera dove il sole non batte e i soldati non lo amano. Carrera invece lo preferisce. Se ne sta lì a lungo. Al disotto il terreno è quasi pianeggiante. Vi sono alcune croci. E fra esse v’è anche quella che egli ha piantato sulla fossa del fratello.

Da alcuni minuti io sono con lui. Abbiamo parlato di lavori da eseguire e di una caverna da aprire presso il comando di reggimento. Ma poi io gli dico, quasi sotto voce: “Perché dunque continui a rifiutare? Andresti a star bene”.

È la terza volta che in questi giorni rinnovo la domanda. Si tratta di mandarlo al deposito. Egli ne ha diritto; anche per le disposizioni del così detto avvicendamento. In questi giorni ne son partiti parecchi: anche un ufficiale, di Firenze, che ha negozio di stoffe in via delle Vigna Nuova: Fornari.

Egli mi prega di non insistere: vuole rimanere qui. Dice: “Se il reggimento scendesse al basso, forse potrei decidermi; ma fino a che esso rimane qui…”. Arrossisce e aggiunge: “E, creda, non è solo per la ragione del fratello… È per un’altra cosa… È non so neppur io che sia… insomma, mi pare che meglio di qui non saprei dove stare”.

Mi guarda, poi abbassa il capo. Le sue labbra tremano un poco. Anche le sue guance magre e scure tremano. Le sue palpebre battono rapidamente, poi sorride in un sorrido triste e dolce, e dice: “Forse lei mi disapprova. Ho detto delle sciocchezze?”.

Vorrei rispondere e dirgli tante cose; ma a trattare con uno che in guerra ha suo fratello sotto una croce, a pochi passi, non è l’impresa più agevole. Il dolore è troppo vivo e presente. Non è come in pace che tu tocchi un tasto e sai come risuonerà: qui è tutta un’altra cosa.

Si direbbe ch’egli legga nel mio pensiero, perché ripete: “Creda, non è solo per Mario che io sto volentieri qui; gli è perché amo questi posti”.

Parla così con semplicità; e aspetta ch’io lo approvi. Ma poiché io esito ancora, vedo che le sue labbra tremano più forte. “Oh, lei non ama questi luoghi?” mi domanda quasi singhiozzando. “Non mi capisce, dunque?”.

Ma certamente io ti capisco, Carrera; perché per me è la stessa cosa. Se mi mandassero in un luogo di delizie, se mi facessero ministro e mi dessero il posto più eminente e mi coprissero di onori, e dovessi, per questo, partire di qui e lasciar voi e questi monti, io, lo giuro, rinuncerei. Se mi offrissero il palazzo più ricco e fastoso, io lo posporrei a questo misero rifugio di sacchetti a terra. Ho sempre amato la montagna, ma questa l’amo in modo strano, ardente ed esclusivo. Oserei dire che essa mi abbia avvelenato il sangue. Ogni pietra mi par mia: mio ogni cespuglio. Che sia perché ogni pietra e ogni cespuglio son rossi di sangue? E noi sappiamo di quale sangue sian rossi? Che sia questo? Mi paion anche mie le croci sotto le quali dormono i nostri compagni: mio è persino tuo fratello, Carrera. Alle scuole prima di venire qui ci ha letto pagine di amor di patria; ma ora sentiamo che quelle pagine erano fredde e vuote, il nostro amore non può esprimersi a parole. È tale che ci fa patire. Ma non è neppure più amore: è passione, dolore, spasimo. Anche più: sangue e fuoco. Ma nessuno parla. È un amore fatto di dedizione e di silenzio. Questi taciti e rassegnati cercatori di pidocchi son più alti degli eroi di tutti poemi. Come sarebbe possibile partire e lasciar qui essi? Potrebbe il fratello lasciar il fratello, il padre i figli? Partire e lasciarli qui? Oh, ecco dunque; è questo sentimento : come poter lasciar soli i fratelli, a lottare soli, a soffrire soli? Ecco, com’è! Ecco perché non si riesce a far su il nostro zaino, ad allacciare le nostre fascie, a prendere il bastone e avviarci. Com’è possibile? Come poter dire: “Addio dunque; voi rimanete, io me ne vado? Dove? Quando la patria è in armi e il nemico urge alla frontiera, è possibile dire: “Me ne vado”? Chi va indietro, anche se comandato, anche se per servizi, appare sempre un poco disertore. Ed egli lo sente di avere in sé del disertore, e se vergogna. E per un comandante è peggio. Il mio reparto è veramente mio: mio come per il capitano è la sua nave. Può il capitano lasciar la sua nave in mare, in balia dei flutti, ed egli buttarsi su una scialuppa e fuggire? Può? Non è mai avvenuto un fatto simile.”

Dove mi portò la mia eloquenza? Carrera mi ascolta; e le labbra non tremano più. Gli piace che io gli parli così. Ci muoviamo e di dirigiamo verso il mio rifugio. Ci sediamo su uno sgabelletto. Scagnetti, che ha sempre pronto un buon fiasco, mesce due tazze.

Ma io non ho finito. Arrossisco quasi della mia eloquenza, perché essa rivela di me quello che io tengo normalmente celato. E gelosamente celato. Pure ora non posso contenermi: e me ne dà la spinta Carrera quando dice: “Dovrebbero lasciarmi qui fino alla fine della guerra. Questa montagna s’è fatta come la nostra casa. È anche la nostra chiesa, perché alla domenica don Spaziante celebra la messa al piede delle rupi; e predica anche. Qui non ci manca nulla”.

È vero. Il dolore più grande sarà quando ci diranno: “Dovete partire”. Sarà come quando uno deve lasciare il suo podere e la sua casa. Lascia la casa l’uomo dei campi e si volge indietro e sospira. La casa è rimasta aperta e qualcuno potrebbe entrarvi. Lo dice alla moglie, ma la moglie piange e non risponde. Dopo tutto che vale? La casa che fu sua ora sarà abitata da altri; egli va, essi vanno. Alla cima del colle lontano si voltano tutti assieme indietro. “Chi sa” dice il capo “se l’anno prossimo le vite fruttificherà?” Ma anche qui la moglie tace. Guarda però fissamente. Dalla casa sale una colonna di fumo. Vuol dire che la casa è già abitata. Ci sono entrati subito gli altri. Ora egli vorrebbe tornare per dire loro: “Il campo di frumento deve essere concimato entro otto giorni”. Perché egli pensa al frumento. Direbbe anche: “Ogni autunno noi imbiancavamo tutte le camere. Nella concimaia s’è aperta una crepa: è necessario ripararla”. Ma la moglie continua a tacere. Ripigliano la strada, scendono la collina e la casa non si vede più. Così avverrà di noi. Qualunque altro reggimento salga qui, sarà sempre sempre come uno che entrò nella casa che fu di un altro. Nessuno potrà capire, nessuno, mai. Le pietre son vive, i cespugli parlano; per poco che si tenda l’orecchio ecco un’armonia vasta e diffusa che si ripercuote di cima in cima e ci esalta”.

Ho parlato più che a Carrera, a me stesso. Pure si sono avvicinati Fenoglio e Orlando. E tutt’a un tratto m’avvedo che i loro occhi luccicano. Anch’essi mi hanno ascoltato. Sentivano come me le stesse cose e non trovavano modo di esprimerle: ora che le ho espresse io, essi non sanno più contenersi e dicono: “È vero!”. Così: è vero. Ma l’ha detto senza esaltazione, semplicemente, come appunto avviene delle cose vere.

Segue un silenzio. Scagnetti mesce anche per Orlando e Feniglio; poi ce ne stiamo lì come quattro iniziati ai riti di una religione che non è fatta per tutti; perché bisogna giungervi attraverso prove inaudite, con sacrifici e con lungo piangere. È lo stato di grazia: la scorie è deposta ormai tutta. L’anima splende. Siamo giunti alla vetta. Il peso mortale, le miserie e le vanità son rimaste laggiù dove ancora s’agitano gli uomini: noi piegati sul suolo della patria, vittime felici, anime sorridenti, vediamo scorrere il sangue nostro quasi più non fosse nostro, sentiamo il dolore delle nostre ferite, ma quasi più non fossero nostre: l’odore del sangue, il fetore dei morti, la vista dei cenciosi lungo la via del sole, formano un tutto mirabile e perfetto, perché siamo i figli della stessa patria, i fratelli della stessa famiglia, uniti, concordi, stretti per mano, allacciati alla vita, con lo stesso cuore, con la stessa anima, bellissimi e puri, che se chiudiamo gli occhi vediamo il cielo aperto sopra di noi, pronto ad accoglierci.

Carlo Pastorino, La prova del fuoco, Egon, 2010 (or. 1926), p. 127-130

COMMENTO

Nel capitolo LIX del libro – qui riportato, a conclusione dell’inserimento di numerosi brani, per intero, data la sua espressività e significatività – Carlo Pastorino, non potendo contenersi, come dice lui stesso, prorompe con queste lapidarie parole:

Ogni pietra mi par mia: mio ogni cespuglio. Che sia perché ogni pietra e ogni cespuglio son rossi di sangue? (…) Alle scuole prima di venire qui ci ha letto pagine di amor di patria; ma ora sentiamo che quelle pagine erano fredde e vuote, il nostro amore non può esprimersi a parole. È tale che ci fa patire. Ma non è neppure più amore: è passione, dolore, spasimo. Anche più: sangue e fuoco. Ma nessuno parla. È un amore fatto di dedizione e di silenzio. (…). Come sarebbe possibile partire e lasciar qui essi? Potrebbe il fratello lasciar il fratello, il padre i figli?”.

La prova del fuoco” – come recita il titolo del libro eccola qui. Accolta come conseguenza della “dedizione”, essa porta a qualcosa che è più dell’amore: conduce alla passione, al dolore (che viene, nonostante tutto, benedetto), allo spasimo (che, poi, sconfina con l’offerta sacrificale, di cui l’autore parla in tutto il racconto).

Non si può, entrati in questa logica e in questo sentire, abbandonare il campo (di battaglia), soprattutto abbandonare i compagni di sventura. La patria lo esige:

Quando la patria è in armi e il nemico urge alla frontiera, è possibile dire: “Me ne vado”? Chi va indietro, anche se comandato, anche se per servizi, appare sempre un poco disertore. Ed egli lo sente di avere in sé del disertore, e se vergogna”.

Giunti a questo punto, non si può prendere neppure in considerazione che disertare – su cui vi sono diverse testimoniane in questo sito – potrebbe significare protestare, ribellarsi ai comandi ingiusti e a una guerra ingiusta (ma vi sono mai “guerre giuste”?), lavorare, effettivamente, per la pace; non si può considerare che sottrarsi al combattimento potrebbe voler dire obiettare alla più grande delle tragedie che la storia umana, preda della stoltezza, infligge ai suoi figli.

Mentre il soldato, con cui Pastorino è in colloquio fraterno (e paterno), rincara la dose, facendo entrare l’elemento religioso, rappresentato dal clero in armi, quando afferma:

Dovrebbero lasciarmi qui fino alla fine della guerra. Questa montagna s’è fatta come la nostra casa. È anche la nostra chiesa, perché alla domenica don Spaziante celebra la messa al piede delle rupi; e predica anche. Qui non ci manca nulla”.

Sì, qui c’è tutto; tutto ciò che potrebbe dare senso e giustificazione a ciò che si compie, in obbedienza a degli ordini che non si discutono: anche la messa, anche la comunione con Dio (si pensa).

Di più: si prova un senso di purificazione, si ha l’impressione di entrare a far parte di un gruppo di eletti, proprio perché – nelle sofferenze, le quali, come sappiamo dalle esperienze della vita, uniscono molto più gli uomini che qualsiasi altra realtà – ci si è dedicati alla patria, vale a dire, secondo un’osservazione più attenta, ci si sacrifica per quella realtà che li ha mandati – più che altro inconsapevoli e “ingannati” (come dice, più volte, Ermanno Olmi, di cui vi sono diversi brani in questo sito) – all’“inutile strage”, all’insensata guerra, alla carneficina mortale. Così, infatti, scrive l’autore-testimone Pastorino:

È lo stato di grazia: la scorie è deposta ormai tutta. L’anima splende. Siamo giunti alla vetta.”.

È l’unità tra gli uomini – ancora una volta – che da il senso di tutto questo, che sostiene e trasfigura tale sacrificio, tale “offerta”, come l’autore ne parla altrove (qui egli parla perfino di “anime sorridenti” che non sentono più le ferite e tutto il resto, che diventa “mirabile e perfetto”): “siamo i figli della stessa patria, i fratelli della stessa famiglia, uniti, concordi, stretti per mano, allacciati alla vita, con lo stesso cuore, con la stessa anima, bellissimi e puri”.

Poche realtà, di prova e di sofferenza, come la guerra unisce gli esseri umani, nello specifico “i commilitoni” (che diventano una nuova e vera “famiglia”). Ed è comprensibile, data la sua mostruosità e la sua devastazione. Essa porta ad un attaccamento alla vita (ricordiamo la celebre poesia di Ungaretti) mentre la sta togliendo. Per colpa nostra. Con la nostra complicità.

Bastava dire “No!” alla guerra: a quella guerra, come ad ogni altra. E l’attaccamento alla vita (“allacciati alla vita”), l’amore per la vita come l’amore per i fratelli, sarebbe stato sperimentato nell’unica lotta sana e produttiva di futuro, per sé e per gli altri: la lotta contro la guerra, contro la divisione, contro i comandi mortali. Preferendo il sì alla vita, il sì al disarmo, all’unità, al dialogo, al rispetto, all’uguaglianza fra tutti gli esseri.

Alla fine dell’edizione del libro cui si è fatto riferimento in questo sito – dopo al Postfazione di Francesco De Nicola, “curatore dell’opera e massimo esperto pastoriniano”, come scrivono, in fondo, Fiorenza Aste e Mario Martinelli – vi è una “Nota al testo” del capogruppo A.N.A. di Valarsa, Gregorio Pezzato, il quale, in conclusione, dopo aver rilevato che “Pastorino non protesta né si ribella”, scrive che è “consapevole di vivere una prova, accettata per dovere civico, nella certezza di fare sempre la volontà di Dio, e non certo per eroismo esaltato, odio, spirito di vendetta, cieca violenza, o libertà di istinti”. È certamente così; posto, ad esempio, che fosse volontà di Dio o dovere civico andare in guerra, quando potrebbe essere il contrario. E aggiunge: “Ecco, allora che tutto il libro diventa un ‘libro di pace nella guerra’ e uno stupendo inno alla vita”, citando, poi, un bellissimo brano di Pastorino (pure riportato in questo sito). Bellissimo e nobilissimo, ma, purtroppo, vittima dell’imbroglio.

Più volte, nel corso del racconto – a mio avviso davvero esemplare come testimonianza – Carlo Pastorino, dal grande cuore, rileva la fraternità fra tutti gli uomini, anche con i nemici. Sono le pagine – nel sito presenti – più alte e più consapevoli del libro (e della coscienza che vi sta dietro). Sprazzi di luce (per lo più scaturiti da un largo sentimento di bontà), in mezzo alle tenebre dell’inganno, peraltro vissuto con la massima generosità, acconsentito con il più grande dei beni messo a disposizione: la propria vita.

Questo breve – e unico, almeno finora – commento ad un brano inserito, possa aprire gli occhi, fecondare la riflessione critica, volgere a costruire percorsi di pace, anche, e soprattutto, a partire dalla testimonianza di chi ha subito e sofferto quella Guerra, di cento anni fa, dalla quale non siamo ancora usciti.

MAURIZIO MAZZETTO (curatore del sito),

4 novembre 2016,

Anniversario della fine della Prima guerra mondiale

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