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Pubblicato da il 19 Gen 2021 in Letture | 0 Commenti

“Oh, mio Dio, è questo il tuo Uomo?”: la stoltezza istituita (I. Fiore)

“Quanti sono?” singhiozza Viola, ma non capsico a che cosa si riferisca. Se ai vivi o se ai morti, se ai corpi o se ai loro pezzi.

Non ho voce per parlare, né fiato per gridare.

Tum. Tu-tum. Tum. Tu-tu-tum.

Il nemico non ha riaperto a tradimento il fuoco. È il mio petto che batte nelle orecchie, sangue che precipita nelle vene. Oh, mio Dio, è questo il tuo Uomo?

La spianata davanti a noi è mossa da un frenetico trascinare e ricomporre ciò che si è potuto afferrare nella foschia purulenta. Ombre furtive escono dalle trincee come animaletti dalle tane, prima la testa, poi il corpo. Si issano, corrono curve e arraffano quanto più possono dei loro compagni. Quanto più possono.

Sopra di loro, oltre la bruma di polvere e miasmi, garrisce una bandiera bianca. La sua gemella risponde con schiaffeggiare di stoffa dal versante in mano al nemico. Appartengono a eserciti contrapposti, ma raccontano l’assedio con lo stesso alfabeto, sono lettere funebri scritte sui brandelli di un sudario.

L’inferno è grigio e non arde. Un afrore di corpi infranti e viscere scoperte. È una cloaca di sangue e feci sotto i nostri piedi.

Si levano solo ora i lamenti, come se per liberarli i sopravvissuti avessero atteso il nostro arrivo.

“Sono soltanto ragazzi.” La voce di Maria è un guaito. Lucia  e Caterina voltano le spalle all’orrore e lo nascondono ai nostri occhi. “Non guardare” dicono, “non fermatevi!” Ancora una volta, sembra che le schiene coperte dalle gerle siano la sola parte di noi atta ad andare avanti in questo mondo: ci fanno scudo, ma non ci rendono sorde ai pianti, alle grida. Sento qualcuno invocare la madre. La chiama “mamma”, una parola che strazia quando trema alta in un urlo. Rincorro la voce, alzo gli occhi e vedo un giovane senza più le gambe.

“Continua, Agata.” Le mani di Lucia mi spingono avanti.

 

Ilaria Tuti, FIORE DI ROCCIA, Longanesi, 2020, p. 39-40

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