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Pubblicato da il 14 Nov 2018 in Chiesa | 0 Commenti

Papato e Chiese europee tra nazionalismi e sacralizzazioni (D. Menozzi)

Papato e Chiese europee tra nazionalismi e sacralizzazioni (D. Menozzi)

Gli studi hanno chiaramente evidenziato che il desiderio dei cattolici presenti nei due campi di uscire dal ghetto, in cui i governi ottocenteschi li avevano spesso confinati, li aveva portati ad aderire incondizionatamente alla guerra, per ottenere, mostrando il loro lealismo nei confronti dello stato, un reinserimento della comunità cattolica nella vita del paese e conseguire così una piena uguaglianza di diritti e, aggiungerei, ristabilire passati privilegi giuridici. In quale relazione si poneva questo atteggiamento di accettazione del conflitto con la posizione assunta dal papato?

Mi pare che si possa dire che ciascuna delle chiese dei paesi in lotta poteva appropriarsi, pur collegandole alla propria situazione, delle tesi papali sulle origini della guerra e sugli esiti di pace cui essa doveva condurre. Infatti la responsabilità del consorzio umano che aveva chiamato il castigo divino veniva rovesciato sulla parte avversa: mentre la restaurazione della società cristiana e del supremo potere del papato veniva connessa alla vittoria del proprio schieramento. Chiariscono in maniera esemplare questo aspetto della mentalità cattolica nel periodo bellico le posizioni assunte dalle riviste dei gesuiti francesi e tedeschi, che a loro volta ripropongono temi sviluppati dalla pubblicistica diffusa nelle chiese dei due contrapposti campi (una pubblicistica nella quale compaiono anche interventi di autorevoli esponenti delle rispettive gerarchie, come l’arcivescovo di Parigi, cardinal Léon Adolphe Amette, e il già prestigioso vescovo di Spira Michael von Faulhaber, che nel 1917 era poi nominato alla sede cardinalizia di Monaco).

Su “Études” infatti Lucien Roure dopo aver ricordato che l’essenza della patria rientrava nel disegno di Dio e che “è proprio questa volontà divina a donare alla patria qualcosa di sacro”, osservava che i cattolici francesi “consideravano la gesta di Dio di cui in passato il loro paese è stato strumento. Credono che visiono ancora gesta divine da compire ed è per questa ragione che vogliono amare la loro patria come si ama una cosa santa”. Questa sacralizzazione della nazione consentiva al gesuita di sostenere che, attraverso la guerra si rinnovavano le gesta Dei per Francos, sicché si poteva attendere come suo esito finale non solo la ricostruzione di una Francia ufficialmente cattolica, ma anche una generale affermazione della civiltà cristiana su tutto il continente. L’ostacolo che si frapponeva a questo esito era appunto la Germania che risolveva l’idea di patria in una pangermanistica affermazione della propria potenza in chiave militarista e imperialista. Anzi, come scriveva un altro collaboratore della rivista, ripentendo tesi già espresse da Jacques Maritain su “la Croix” e da lui poi ribadite in Antimoderne, la nazione tedesca, che aveva determinato con Lutero la frattura della cristianità medievale, da cui discende la lunga genealogia degli errori moderni responsabile della secolarizzazione, intendeva ora con la sua potenza militare e le sue mire imperiali affermare su tutto il mondo quel generale paganesimo che costituiva il suo specifico peccato.

In “Stimmen der Zeit”, che sul ruolo storico-religioso della Germania apre un’esplicita polemica contro la consorella francese, emergono gli stessi orientamenti di fede circa la sacralità della patria. Peter Lippert vi sostiene che “l’animo nazionale scaturisce da Dio”: se è vero che “Dio non può entrare a servizio di un nazionalismo a scapito di un altro”, nondimeno “può e deve ogni nazionalismo, anche quando conduce alla guerra, entrare a servizio di Dio”. Così il gesuita tedesco si proclama sicuro della vittoria, proprio perché può senza esitazioni affermare: “Gott mit uns”. Per quanto la rivista respingesse fermante le concezioni di quella “religione tedesca” che faceva della Germania il nuovo Messia; o i tentativi di collegare la fede cristiana a un nazionalismo fanatico, appariva in essa la netta rivendicazione che, nella guerra in corso, gli Imperi centrali erano ancora portatori di quella ideologia della regalità di Cristo sulla società che nel Medioevo aveva consentito al Reich tedesco di raggiungere la più ampia espansione territoriale e alla civiltà cristiana la più ampia espressione. In questo quadro la constatazione che la Francia costituiva uno stato laico e anticlericale, erede della philosophie illuministica e della Rivoluzione secolarizzatrice, si risolveva nell’affermazione che con il trionfo della causa tedesca non solo gli interessi cattolici sarebbero stati adeguatamente protetti, ma anche che si sarebbero universalmente imposti i valori della socialità cristiana.

Daniele Menozzi, Chiesa, pace e guerra nel Novecento. Verso la delegittimazione religiosa dei conflitti, il Mulino, 2008, p. 27-31

Passo di Campogrosso (VI-TN): “Che il Signore fermi la guerra…”

(foto di Andrea Lariccia)

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