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Pubblicato da il 23 Mag 2015 in Frammenti | 0 Commenti

Perché andarono in guerra (A. Baricco)

 

Tutti avevano risposto, d’istinto, a una precisa volontà di fuga dall’anemia della loro gioventù – volevano che gli si restituisse la parte migliore di sé – erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia. Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia – alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso di speciale. Ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile. Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di questi uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all’ufficio di leva, sorridendo all’obiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciano la guerra – una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l’infinito. Volendo riassumere la tragedia di quegli anni, si potrebbe dire che fu la mancanza di fantasia a distruggerli, – non si era immaginato niente di meglio che la guerra, per accelerare il battito dei cuori. Era tutto quel che c’era. (…).

Poiché non è dato in genere di percepire con simile purezza la semplicità assoluta di una propria identità, molti ne ricavarono un’ebbrezza euforica, e un’inaspettata considerazione di sé. Condividevano, oltre alla quotidiana atrocità della trincea, quella sensazione di essere vita allo stato puro, formazioni cristalline di un’umanità riportata alla sua primitiva semplicità. Diamanti, eroici. Non l’avrebbero potuta spiegare davvero a nessuno, quella sensazione, come in uno specchio – così la faceva sua, ed era il segreto con cui cementavano la propria fratellanza. Niente avrebbe potuto spezzarla. Era la parte migliore di loro, e nessuno gliel’avrebbe portata via.

Per molto tempo, poi, i sopravvissuti l’avrebbero ricercata nella vita normale, nei giorni di pace, ma senza trovarla. Tanto che alla fine pervennero a ricostruirla, in laboratorio, nel cameratismo di un’utopia politica che elevava i loro ricordi a ideologia, e militarizzava la pace, e le anime, cercando, per vie atroci, la parte migliore di tutti. Donarono così a tanta Europa l’esperienza dei fascismi – molti credendo onestamente di insegnare ai propri villaggi la purezza che avevano imparato in trincea.

Alessandro Baricco, Questa storia, Fandango, 2005, p. 77-80

 

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