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Pubblicato da il 1 Dic 2016 in Attività | 0 Commenti

Piccole annotazioni dopo lo spettacolo “L’ultima estate dell’Europa” (M. Mazzetto)

Piccole annotazioni dopo lo spettacolo “L’ultima estate dell’Europa” (M. Mazzetto)

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La poesia di Wilfred Owen con cui si apre lo spettacolo

Ma il vecchio non volle saperne e trucidò il figlio e metà del seme d’Europa, uno per uno”

Ho assistito, nel bellissimo Teatro Comunale di Lonigo (VI), di cui è direttore Alessandro Anderloni, allo spettacolo “L’ULTIMA ESTATE DELL’EUROPA”, di Giuseppe Cederna e Augusto Golin, con la regia di Ruggero Cara, andato in scena il 25 novembre 2016.

Solo alcune note, qui, utili, spero, a chi segue questo Sito e riflette sulla stoltezza della guerra, o, meglio, degli uomini che vogliono la guerra. Allora come oggi.

Reso drammatico dalla presenza scenica, unica, di Giuseppe Cederna – accompagnato dagli strumentisti Alberto Capelli e Mauro Manzoni, i quali, con resa efficace, hanno accompagnato la recitazione – lo spettacolo si dipana tra gli snodi che segnarono lo sviluppo storico dell’ “inutile strage”.

A partire dalla consapevolezza che la guerra era attesa, desiderata, pensata, al di là dell’attentato di Sarajevo, che ne fu solamente – come ormai è unanimemente riconosciuto dagli storici – “la miccia”, non la causa.

Sullo svolgimento dell’attentato si sofferma tutta la prima parte dello spettacolo, raccontandone – con incalzante espressione giornalistica, accentuata dalla vivace mimica dell’attore – i particolari, sia riguardanti gli autori, ossia i tre giovani coinvolti nell’assassinio, sia quelli concernenti i destinatari, vale a dire l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia.

Bisogna, però, fare un passo indietro per cogliere tutto il significato, e l’obiettivo, dell’opera.

Occorre, cioè, andare all’antefatto, con cui, significativamente e programmaticamente, si apre la recitazione, e che è costituito da un evento narrato nella Bibbia, ossia il cosiddetto “sacrificio di Isacco”, figlio di Abramo (quel racconto in alcune tradizioni ebraiche viene chiamato “la legatura di Isacco”). Qui, in effetti, sta, mi è parso, il primo messaggio, comunicato con il linguaggio artistico, della rappresentazione teatrale di cui sto scrivendo.

Nel testo che viene recitato all’inizio, il finale del racconto non corrisponde alla Scrittura biblica, bensì, in modo tanto imprevisto quanto significativo, vira verso l’uccisione, da parte del padre, del figlio, che viene orrendamente sacrificato sulla pira dell’olocausto. Cosicché, mentre il messaggio della Rivelazione, induce a sospendere i sacrifici umani, ancora in voga nell’epoca in cui il racconto fu scritto, e a volgersi al “Dio dei viventi”, il quale non vuole il sacrificio dei Suoi e dei nostri figli (questo il senso del noto brano di Genesi 22), l’apertura potente di questo spettacolo invita ad interpretare tutta la Grande Guerra come un omicidio dei padri nei confronti dei figli.

Vi sono stati, in realtà, alcuni testimoni – magari, poi, vittime essi stessi, di questa immane tragedia – e alcuni storici ed analisti, che colsero quello che è avvenuto cento anni fa proprio come una volontà, tanto inconsapevole quanto brutalmente distruttiva, di eliminazione, da parte dei padri, dei propri discendenti più diretti, sacrificati (ecco il tema del “sacrificio”) sull’altare della Patria (e il riferimento implicito all’edificio fascista che si trova nella nostra Capitale non è casuale: vi sono, infatti, gli altari per la vita e gli altari per la morte; ossia quelli che la promuovono, e la difendono davvero, la vita, e quelli che la negano, seppur facendo apparire la propria azione come in difesa di essa).

In un recente e bel film, “Frantz” di François Ozon, emerge con forza questo conflitto tra i padri e i figli. Solo in un secondo momento il padre del ragazzo pacifista mandato alla guerra – e, poi, ucciso – si rende conto della responsabilità dei padri europei nei confronti della morte dei propri figli.

Qualcuno dei figli d’Europa del primo novecento capì di essere stati fatto gioco – non voluto ma crudele – dai propri genitori e maestri. Il potente racconto di Remarque rimarrà, in questo senso, immortale:

“… a quell’epoca persino i genitori avevano la parola ‘vigliacco’ a portata di mano. Gli è che la gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere. In fondo i soli veramente ragionevoli erano i poveri, i semplici, che stimarono subito la guerra una disgrazia, mentre i benestanti non si tenevano dalla gioia, quantunque proprio essi avrebbero potuto rendersi conto della conseguenze.

Katsinski sostiene che ciò proviene dalla educazione, la quale rende idioti; e quando Kat dice una cosa, ci ha pensato su molto.”

(da: Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori, 1965, 1a ediz 1931, or. 1929, p. 25-26).

Forse le madri, anche se non tutte, erano meno disposte a lasciar morire i propri figli “per la patria”. Fu famosa una canzone, in questo senso: http://www.inutilestrage.it/non-ho-allevato-mio-figlio-per-farne-un-soldato/

No, “… Non è andato tutto come sta scritto nell’abbecedario” (http://www.inutilestrage.it/come-sta-scritto-nellabbecedario/). Coloro che hanno allevato, educato e istruito la gioventù europea cento anni fa, la ingannarono e la distrussero. Non solo fisicamente. Ancora l’illuminante Remarque:

Alberto trova la formula: “È la guerra che ci ha resi inetti a tutto”.

Ha ragione: non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d’assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretto a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.” (idem, p. 85).

Acquisito ciò, si può comprendere, in secondo luogo, il senso del titolo dato allo spettacolo, e, perciò, anche il suo “obiettivo”: “L’ultima estate dell’Europa”.

Sì, quella del quattordici fu “l’ultima estate” del vecchio e saggio (poche volte forse) continente: poi arrivò “l’inverno”; poi l’Europa stessa, come progetto che avrebbe potuto costituirsi nei secoli come faro di civiltà e di pace nel mondo avviato a quell’interdipendenza e interconnessione che oggi è stata raggiunta, si è frantumata. E, sembra che, nonostante le aspirazioni e realizzazioni scaturite dopo la Seconda guerra mondiale, essa sia ancora, fondamentalmente, al palo (qualcuno, anzi, anche se ciò sembra esagerato, affermava recentemente che non si deve dare per scontato una futura guerra nel cuore dell’Europa).

Si veda, a tal proposito, http://www.inutilestrage.it/la-pace-e-finita-per-sempre-nel-14-p-rumiz/, laddove il giornalista-viaggiatore Paolo Rumiz scrive: “Non capisce che la pace è finita per sempre nel ’14, con la fine degli imperi, e che da allora la Terra trema ancora, sulle stesse linee di faglia”.

Così come José Tolentino Mendonca, in un articolo apparso su Avvenire il 7 luglio scorso, scriveva, a partire dall’opera capitale di Rosenzweig, La stella della redenzione: “Per molti pensatori ebrei, nel cui lignaggio Rosenzweig si includeva, la prima guerra mondiale mise un tragico punto finale all’idea di Europa” (vedi: http://www.inutilestrage.it/prima-guerra-mondiale-la-fine-delleuropa-j-tolentino-mendonca/).

Sì, ultima estate: ultima stagione di bellezza e di sogno.

Le poesie di Owen, Trilussa, Ungaretti e i brani di altri autori come Stuparich, Gadda e Rumiz, hanno sottolineato, con la forza della parola, quella tragedia che ha cambiato la storia dell’umanità, avviandola non solo ad una serie irrisolta di questioni geo-politiche che ci troviamo ancor oggi tra i piedi (con le sofferenze di migliaia, anzi di milioni di persone, come se la Prima guerra mondiale fosse ancora presente), ma anche ad un declino progressivo della fiducia nell’uomo da cui non ci siamo mai più risollevati. Finora.

Assistere ad uno spettacolo come quello messo in scena da Cederna, significa, a mio avviso, dover per forza ripensare, oggi, le realtà che possono far scaturire (o che lo stanno già facendo) tragedie simili a quella (di cui, tra l’altro, sappiamo, la Seconda guerra mondiale fu, in qualche modo, uno sviluppo conseguente).

È l’unico augurio che, uscito dal Teatro, ho fatto, dentro me stesso e per superare l’amarezza, a coloro che vi avevano assistito e agli altri che vi assisteranno.

Maurizio Mazzetto

(* ringrazio Augusto Golin della segnalazione della Poesia di Wilfred Owen)

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La locandina dello spettacolo

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Alessandro Anderloni

 

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