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Pubblicato da il 27 Set 2016 in Letture | 0 Commenti

Poeti di guerra e soldati di pace (C. Pastorino)

 

Vieni, leggi qui” mi disse un altro mattino Donzelli. Era una rivista con poesie di guerra: e portavano una firma famosa. Io lessi; egli mi ascoltava tacendo. Tutt’a un tratto scattai; e buttai via la rivista. C’era tanta vuotezza in quelle poesie, che noi ci sentimmo colpiti come da un’offesa fatta a noi stessi.

Mio Dio!” esclamò Donzelli; e non disse altro: e stemmo lì pensierosi, tristi e impacciati.

C’era in noi l’impressione che il poeta non capisse nulla della guerra, che nulla sentisse; che per lui la guerra altro non fosse che un campo d’immagini nuove, di coreografie impensate, di spettacoli grandiosi: questo, e nulla più. E che, sa mai perché, si correva col pensiero a Nerone e all’incendio di Roma.

Più tardi io sentii il bisogno di solitudine e mi ritirai. Piegai per un sentieruolo della montagna e giunsi a un’ombrosa insenatura; e qui la guerra non aveva frugato. Il luogo mi piaceva, sedetti e apersi Il tesoro degli umili.

Lessi alcune pagine; poi incominciai a osservare gli aeroplani che solcavano il cielo. In seguito altre cose attrassero la mia attenzione; e, più di tutto, la bianca scia della Vallarsa percorsa dalle ambulanze e battuta dalle artiglierie. Le artiglierie tormentavano anche il Pasubio.

Doveva essere quasi mezzogiorno, e io mi alzai. Volevo tornare. Allora mi avvidi che lì, più in giù, era un soldato che se ne stava sdraiato bocconi, col volto appoggiato al braccio. Dissi qualcosa a voce alta: egli si scosse, mi riconobbe e io riconobbi lui. Venne verso di me, e aveva gli occhi lacrimosi.

Che hai?” gli domandai.

Nulla”

Eh, non si piange per nulla. Che è dunque? Che ti è accaduto?”

E lo so io? Son sciocco. Ho ricevuto una lettera…”

Pensai a qualcosa di luttuoso : notizie di famiglia, dolori…

No, no,” disse egli “niente di brutto. Cose belle, anzi! Mi scrive mia moglie: dice che i bambini stan bene, che lei stessa sta bene, che io non devo aver pensieri. Buone notizie, dunque.”

Se è così! ….Eh, via, coraggio. Ma non piangere più. Sei ridicolo, vedi…”

È vero; ma come si fa? Dice nella lettera che i bambini mi chiamano sempre e che alla sera pregano per me che il Signore mi faccia tornare…. E ogni volta che si mettono a tavola domandano: ‘Quando torna dunque il babbo?’. Ecco, io a leggere queste cose… Son sciocco, vero?”

Eh, sì, un poco…”

Ma senta, a che punto… Quando dovevo partire, mia moglie volle preparare qualcosa di buono, per pranzo. E mentre lei preparava, io dissi ai figli: ‘Venire con me; usciamo un poco’. E uscimmo. Io abito all’estremità d’un grosso paese e sono falegname. Uscii dunque coi bambini. E ci internammo in certi boschi dov’eran fragole mature e i bimbi ne coglievano, mangiavano e saltando, contenti, ne portavano a me. Poi ci trovammo sull’orlo d’un prato e lì c’era l’erba tutta verde con tanti fiori; e fu una nuova festa per i bambini che si dettero a strapparne e a farne mazzi, e dicevano che li avrebbero portati alla mamma. Poi, stanchi, mi si misero tutti intorno; sedemmo sull’erba: e poiché io non avevo il cuore allegro, anch’essi divennero tristi. Mi si aggrupparono fra le ginocchia e io li baciai tutti uno a uno, poi l’abbracciai, e – scusi s’io le racconto queste sciocchezze – scoppiai a piangere come…come…”

E il buon falegname non poté proseguire perché la commozione lo riprese. Ci alzammo e ci avviamo insieme. Prendemmo a parlare di altre cose; egli si fece quasi allegro e rise sulla sua debolezza e tenerezza di cuore.

Ma io pensavo alle poesie di guerra che avevo letto nella mattina; e, più, pensavo al poeta che le aveva scritte. Ne sentivo astio e avversione, come se avesse offeso me personalmente, e mi pareva che, vedendolo, avrei potuto insultarlo.

Carlo Pastorino, La prova del fuoco, Egon, 2010 (or. 1926), p. 93-94

 

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