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Pubblicato da il 17 Dic 2014 in Storia | 1 Commento

Quale vittoria? (G. Enrico Rusconi)

Quale vittoria? (G. Enrico Rusconi)

 

Questa la nostra vittoria

Festeggiamo senz’altro il 4 novembre 1918 che ricorda la vittoria dell’Italia contro l’Austria-Ungheria e la Germania. Questa festa ci appartiene. È parte della memoria profonda del Paese che, nonostante la miseria della sua cultura storica, ha interiorizzato il ricordo dell’infinita schiera di giovani soldati morti, feriti e combattenti nella più grande prova militare mai affrontata dall’Italia. L’ha interiorizzata come un evento traumatico eppure grandioso con uno straordinario effetto di identificazione.

E’ stata davvero «la nostra guerra» – ma non nel senso retorico ed enfatico dei politici nazionalisti. In qualche caso addirittura contro di loro. Questo è l’affascinante enigma della Grande Guerra. Di fronte a esso qualunque tentativo delle parti politiche di adottarla come propria maglietta identitaria è semplicemente miserabile.

Parliamo tranquillamente di «vittoria», senza dare a questa parola il significato sprezzante o rivendicativo contro «il nemico storico». Non c’è bisogno di aggiungere che noi non vogliamo più nemici né vittorie di questo tipo. Sono sicuro che saranno d’accordo anche i nostri ex nemici di allora – austriaci, tedeschi, slovacchi, croati, sloveni ecc.

Detto questo, il 4 novembre non deve essere una commemorazione a-storica. O peggio un patetico fervorino neo-nazionalista che confonde tutto e pretende di essere ecumenico. No. Dobbiamo chiederci con maturo senso storico non solo se quella vittoria meritava lo spaventoso sacrificio che ha richiesto. Non solo se è stata una pagina gloriosa della nostra condotta militare, o se invece la vittoria è stata raggiunta grazie alla dedizione dei soldati di ogni grado più che alle qualità e alla competenza degli alti comandi militari. Ma soprattutto dobbiamo chiederci se era quella «la vittoria» per cui si erano mossi i fanti del 24 maggio 1915.

La guerra segna il crinale di due epoche. Prima c’è l’Italia presa in un tumultuoso processo economico e sociale di modernizzazione, guidata da un ceto politico nazional-liberale che, incalzato da un emergente movimento socialista radicale, tenta di risolvere i problemi nazionali entrando nel grande gioco mortale delle potenze europee, a fronte di una popolazione in gran parte ancora rurale e provinciale priva di sicuro orientamento. Ma dopo il novembre 1918 c’è un’altra Italia, fuori controllo proprio in forza delle straordinarie energie economiche, sociali, morali, culturali, politiche scatenate per superare la prova le cui dimensioni e conseguenze erano impreviste. Da qui la crisi del sistema parlamentare, l’esplosione incontrollabile dei conflitti sociali, la radicalizzazione politica, la reazione violenta di strada e di piazza, lo squadrismo, il mussolinismo, il fascismo – in nome della «vittoria», «mutilata» non soltanto dal comportamento verso l’Italia delle potenze vincitrici, ma anche dalla reazione di rigetto di larghi strati di popolazione e dei partiti di sinistra.

Qual è il nesso tra questi eventi e il 4 novembre? Si può festeggiare oggi questa data senza farsi la domanda? Senza interrogarsi sul modo in cui la «vittoria» è stata politicamente usata? Ma anche senza interrogarsi sull’imperdonabile errore delle sinistre di allora di farsi scippare dalla destra ultranazionalista e fascista l’ambivalente eppur profonda identificazione popolare con la guerra?

Ma qui vorrei affrontare l’altra faccia della questione: il nesso tra il 4 novembre 1918 e il 24 maggio 1915. La qualità della vittoria risponde alle ragioni dell’intervento in guerra? Risponde alle motivazioni e alle attese dei combattenti? Non dimentichiamo che l’Italia prende l’iniziativa di dichiarare guerra nel maggio 1915, entrando nel conflitto europeo dieci mesi dopo il suo scatenamento, quando sono diventate evidenti anche le nuove caratteristiche materiali, tecnologiche e umane del conflitto.

Perché il governo italiano abbandona la neutralità, dichiarata nell’agosto 1914, respinge tutte le proposte di negoziazione e di compromesso offertegli per rimanere fuori dalla guerra (l’offerta del Trentino)? Perché intimidisce le opposizioni interne pur di fare la guerra?

La risposta che ancora orienta le nostre narrazioni ufficiali e i libri di scuola dice che lo scopo è la «liberazione» (la «redenzione») delle regioni italiane sotto il dominio straniero (simbolicamente Trento e Trieste). È una risposta sacrosantamente vera per le migliaia di soldati mobilitati e pronti a morire per il compimento del Risorgimento nazionale. Ma l’obiettivo che si pone il ceto politico dirigente (e la monarchia) – ora in modo esplicito ora in modo mimetizzato in uno spregiudicato gioco politico e mediatico (sia pure limitato alla sola stampa e pubblicistica), con una mobilitazione e pressione extraparlamentare ai limiti della legalità, tesa a convincere e a intimidire una maggioranza parlamentare riluttante e dubbiosa – è assai più ambizioso e avventuroso. L’Italia deve diventare «una grande potenza» nell’area adriatico-danubiana a spese della monarchia asburgica, anche a costo di entrare in frizione con gli stessi popoli che vi abitano. L’«irredentismo» è soltanto la motivazione ideale.

Siano dunque davanti a un obiettivo nazional-imperialistico, sia pure a raggio regionale (e coloniale), che va ben oltre l’aspirazione a «liberare» gli italiani del Trentino e dell’area triestino-istriana. Ma non dobbiamo né scandalizzarci né avere paura delle parole. La logica di potenza guida tutte le nazioni del tempo. E sarebbe antistorico aspettarci un comportamento diverso dalla classe politica italiana. Certo: i liberali moderati di Giolitti, il movimento socialista, i cattolici tentano di opporsi. Ma al di là dei loro errori tattici e strategici, la loro impotenza politica è impressionante. Lo slogan socialista «né aderire né sabotare» esprime più di ogni altra considerazione l’impotenza di ogni alternativa politica all’intervento.

Nei mesi cruciali della primavera del 1915 la stragrande maggioranza del popolo italiano segue con docilità la sua classe politica che la porta in guerra. Soltanto in seguito, negli anni successivi, ci saranno le proteste, le ribellioni, le diserzioni (ma non in numero superiore alle altre nazioni belligeranti). Poi arriverà Caporetto, il Piave, il Grappa e finalmente Vittorio Veneto.

Ma chi ha passato «il Piave che mormorava» nel maggio 1915 – se è sopravvissuto – non è più lo stesso di prima. L’esperienza della ferocia in trincea, il lutto profondo per i compagni perduti, l’ebbrezza nazionalista hanno attenuato se non cancellato i tratti di liberalità e di idealismo che caratterizzavano l’inizio. Altrimenti non si spiegherebbero le politiche di nazionalizzazione, italianizzazione forzata e poi di fascistizzazione dei territori etnicamente non omologhi – dall’Alto Adige alla Dalmazia – annessi al regno. Sono così gettati i semi cattivi che avrebbero germogliato – in modo diverso nelle diverse regioni – nel secondo conflitto mondiale.

Non so se tutto questo fosse già presente o latente in quel lontano novembre 1918. Ma certamente noi vogliamo festeggiarlo e ricordarlo con piena maturità critica. Questa è la nostra vittoria.

Gian Enrico Rusconi, La Stampa, 4 novembre 2008

 

1 Commenti

  1. Sito web raggiunto per caso, navigando quà e là , mentre aiuto mia figlia nello scrivere una tesina di 3° media sulla Grande Guerra.
    Ho trovato un gran quantità di articoli molto interessanti che mi voglio leggere con calma. Naturalmente le fonti bibliografiche sono notevoli ma sarebbe per me impossibile accedervi.
    Recentemente ho anche scoperto il sito sull’elenco dei Caduti Militari della Grande Guerra, impressionante, incuriosito ho cercato subito un mio omonimo, non c’è alcun Alberto Stanghellini.Ovunque qui in Lucca e dintorni vi sono monumenti commemorativi ai caduti del ’15-’18 a cui dopo il 1945 sono stati aggiunti i nomi dei caduti e dispersi della Seconda Guerra Mondiale. In Italia ci sono vie, piazze, larghi, viali Cadorna e Diaz che credo siano morti nel loro letto ,ma quante strade sono intitolate a qualcuno dei 529.025 nominativi presenti nei 28 volumi dell’ Albo D’Oro dei Caduti della Grande Guerra ? Forse mi lascio influenzare da film come “Orizzonti di Gloria” o ” Uomini Contro “.
    Vi Ringrazio degli articoli qui pubblicati e
    Cordiali Saluti
    Alberto Stanghellini
    Lucca

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