Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 26 Lug 2015 in Chiesa | 0 Commenti

Quelle chiese nazionali votate alla guerra santa (L. Santin)

Quelle chiese nazionali votate alla guerra santa (L. Santin)

 

Papa Benedetto XV pacifista preferiva Franz Joseph agli scomunicati Savoia.

Fede e martirio: i padri Giuliani, Semeria e Gemelli al “battesimo del fuoco”

SANTINO SACRO-CUORE

UDINE. Nel 1915 entrò in guerra un’Italia statualmente laica, guidata da una dinastia pluriscomunicata. Ma nel giro di tre anni la realpolitik bellica preparò quello stato semiconfessionale che il Concordato del ’29 avrebbe solennemente sancito.

Benedetto XV era contrario al conflitto (“Maledetto XV”, per i guerrafondai italiani). Lo si accusava, probabilmente a ragione, di un debole per Sua Maestà Apostolica Franz Joseph, devoto e addirittura in possesso del medioevale jus exclusivae, che gli riconosceva diritto di veto sull’elezione del conclave. Ciò non impedí che dai tedeschi venisse chiamato der französische Papst, mentre i francesi lo definivano le pape boche. A Parigi, in seguito alla pubblicazione della sua “Nota di pace”, il domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges, tuonò dal pulpito: “Santo Padre, non vogliamo la vostra pace”. Le profetiche ammonizioni del Papa contro gli «odi nazionalistici portati al parossismo», fomiti di un’ “inutile strage” che sarebbe stata il “suicidio d’Europa”, non incisero sul formarsi fattuale di chiese nazionali, impegnate in un’autentica guerra santa. In Italia si capí presto che, per mandare al macello le masse, occorreva anche la persuasione religiosa. E venne perciò liturgizzato il lessico militare. A deplorare la divinizzazione delle idee di patria e guerra, fu già monsignor Angelo Bartolomasi, primo vescovo castrense d’Italia: «Chi cade per la patria è martire; patria, causa, ideali sono santi. Si inneggia all’altare della patria. Si esalta la fede nei destini della patria. Si desidera il battesimo del fuoco. Si appella eucarestia il pane del soldato». Poi c’è la parola piú efficace di tutte, quella “redenzione” che, evocando un male e una colpa da espiare, contiene la giustificazione della carneficina. Padre Reginaldo Giuliani, cappellano degli arditi, benedí il pugnale di D’Annunzio (il “sacramento del ferro”) esaltando “l’amore della propria razza”, e la “bella morte”, come fece su vasta scala il barnabita Giovanni Semeria i cui discorsi venivano diffusi da camion con altoparlanti.

«È dolce ed è bello. È una morte estetica questa del soldato. La morte nel letto è prosaica, è volgare. La morte nel campo è poetica, è sublime. Il sangue purpureo non macchia come il pus delle malattie. L’atto di cogliere quasi al volo la morte è piú nobile di chi se ne lascia volgarmente sorprendere, schiacciare», predicò Semeria. «Il Cristianesimo, che non rinnega in ciò che ha di spontaneamente nobile la natura umana, il cristianesimo, che non soffoca l’amor di patria, ammette la bellezza e la gioia del sacrificio compiuto per la difesa e il buon diritto di Lei». Si lavorò anche sui simboli. Dal momento che diventa “social” potrebbe pure incarnarsi nelle nuove generazioni Il gesuita padre Agostino Gemelli, che poi fonderà l’Università Cattolica, il 5 gennaio del 1917 consacrò le truppe combattenti al Sacro Cuore di Gesú.

Fece una breve comparsa il vessillo tricolore con lo stesso sacro cuore al centro, al posto dello stemma sabaudo (sparí presto, per la contrarietà del Papa e probabilmente anche del re) e nelle trincee circolò un foglietto, su cui, tra l’altro, era scritto: «Alla battaglia della Marna tutto pareva perduto, quando il generale Castelnau ebbe l’ispirazione d’invocare il Sacro Cuore e consacrargli l’esercito. E il risultato fu la meravigliosa vittoria che salvò la Francia». Lo riferisce, nel suo diario, il caporal maggiore Benito Mussolini, il quale annotò anche di aver sentito cantare dai soldati, questo brano: “Deh, benedici o madre l’italica virtú / fa’ che trionfin le nostre squadre nel nome santo del tuo Gesú”. Si tratta, di “Noi vogliam Dio”, inno sacro liberamente rimaneggiato in chiave bellicista. Malgrado tutto, nei giorni di Caporetto, molti puntarono il dito contro il “disfattismo nero”, ossia il “pacifismo imbelle dei preti”. E allora, per rinforzare il terrore e l’odio verso gli invasori, si arrivò persino a dire che l’Austria avrebbe portato l’Islam in Italia. Su “La Tradotta”, il capitano Renato Simoni verseggiò in veneto: “Una caserma de turchi i ga fato/d’una ceseta de Udine;/ i ga, dove la messa diseva el curato,/ piantà la stala dei servi de Allah!”.

Una paura antica, che sembra funzionare alla grande anche oggi. Del resto, il ripudio della guerra luminosamente affermato dalla Costituzione ha inciso solo in parte sulla sacralizzazione costruita nel ventennio fascista e nei due conflitti che lo inquadrano. Tanto che cinquant’anni fa (anniversario della Grande guerra, appunto), per aver replicato al comunicato dei cappellani militari toscani che definivano l’obiezione di coscienza “estranea al comandamento cristiano dell’amore”, ed “espressione di viltà”, don Lorenzo Milani finí davanti ai giudici.

Luciano Santin, Messaggero Veneto, 20.5.2015

(* foto in evidenza: Padre Semeria)

 

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *