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Pubblicato da il 7 Gen 2017 in Chiesa | 0 Commenti

Seppellire i morti o proteggere i vivi?  (G. Borella, D. Borgato, R. Marcato)

Seppellire i morti o proteggere i vivi? (G. Borella, D. Borgato, R. Marcato)

 

Il 6 agosto Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta comandante della Terza Armata consegna personalmente le onorificenze al valore militare agli ufficiali e ai granatieri che maggiormente si sono distinti nella cruenta decima battaglia dell’Isonzo. Tra i decorati vi è anche il cappellano don Giovanni Rossi il quale riceve la medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Cappellano militare di un reggimento granatieri, durante dodici giorni continui di aspri e sanguinosi combattimenti non venne mai meno ai doveri della sua nobile missione. Primo fra tutti, in prima linea, dette tutta la sua attività per rincuorare e sollevare i feriti colla parola della fede e della speranza. Durate le stesse giornate procedette inoltre, di giorno e di notte, allo scoperto e sotto il continuo fuoco dell’artiglieria avversaria, all’inumazione dei caduti sul campo, dando così esempio di abnegazione sublime e alto spirito di dovere – Carso (quota 235-219), 23 maggio – 5 giugno 1917”.

Durante quegli assalti, oltre che soccorrere i feriti raccolti nella caverna di quota 219, il cappellano aveva il compito pietoso di raccogliere i cadaveri fossero essi italiani o austriaci (il sacerdote ricorda di aver sepolto più volte italiani e austriaci in un’unica buca accomunati dalla stessa tragica sorte), di identificarli, dar loro cristiana sepoltura e successivamente di trasmettere gli elenchi dei morti agli uffici competenti. Un’opera di pietà e di misericordia che portava avanti fino allo stremo, come si intuisce dalle sue stesse annotazioni quando scrive “sono stanco, istupidito, dormo in trepidazione”, e come sottolinea la stessa motivazione della medaglia d’argento. Appena il fuoco diminutiva un poco d’intensità con alcune squadre di uomini usciva sul campo di battaglia per recuperare i morti e seppellirli. Davanti agli occhi del prete si presentava allora un’agghiacciante distesa di corpi ridotti a brandelli. Un inferno raccapricciante che in parte possiamo immaginare scorrendo il suo stesso notes in cui accanto ai nomi dei caduti riporta le cause dell’uccisione: “morto per ferite multiple alle gambe e per sete”, “morto mentre portava un ferito al posto di medicazione, un colpo gli squarciò il petto”, “morto a causa dello scoppio di una granata che lo colpisce alle gambe e alla testa”, “ha il petto e la gamba destra fracassati”… Leggere gli elenchi interminabili stilati dal cappellano nel piccolo taccuino ingiallito mette i brividi: dietro i nomi e cognomi, compagnie di appartenenza, liste di oggetti personali, cause di morte sta un’intera generazione di uomini strappati alla casa, al paese, alla famiglia, all’amore. Uomini assolutamente sconosciuti, giovani innocenti di cui mai potremmo conoscere la storia, agnelli sacrificati alla guerra che hanno lasciato dietro a sé un oceano sconfinato di sofferenza.

Rossi nonostante la situazione straordinariamente precaria in cui era costretto dagli eventi ad operare, identificava le buche dove seppelliva i cadaveri per facilitarne, una volta chiese le ostilità, le riesumazione. Inoltre a mano a mano che sotterrava decine e decine di morti sul suo taccuino disegnava anche semplici mappe delle fosse. Le buche erano scavate sotto la caverna, attorno a quota 219, nel vallone di Bonetti, e sul campo di battaglia. Sopra ogni sepoltura il prete poneva una croce, “perché la croce – scrive – è l’eredità di tutti e le sue larghe braccia si estendono a proteggere questo corpo caduco e mortale, mentre l’anima salirà su di essa come su scale misteriose a raggiungere le vette dell’eternità”.

G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte. Lettere a don Giovanni Rossi cappellano militare della Grande Guerra, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto, 2004, p. 58-59

 

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