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Pubblicato da il 7 Mar 2015 in Letture | 0 Commenti

“Si tengono le truppe con il terrore” (M. Crestani)

 

Il Diario di un imboscato, dopo la prima edizione del 1919, ebbe altre tre ristampe, nel 1920, 1921 e 1930, ma cadde poi nel dimenticatoio per anni.

Ci pensò Rigoni Stern, diversi anni dopo, a suggerire all’editore Ugo Mursia di ripubblicare questo strano scritto con un’illimitata passione per il narrare.

Frescura visse i primi periodi della guerra come un intellettuale futurista e interventista, ma non ci si mise molto a capire che la guerra diventa guerra molto in fretta.

11 giugno 1916, Altopiano di Asiago…

Oggi si fucilerà un sergente reo “di non aver fatto la possibile difesa”, abbandonando il campo di battaglia, presso il Turcio.

La sconfitta, il panico delle truppe accorrenti che per via vedevano, sentivano e intuivano la paurosa tragedia, il turbine dei generali “silurati” e dei comandi che si sovrappongono, ordinano e contrordinano, accusano e si accusano, tutto ciò porta un senso di sfiducia e di sconforto al quale si reagisce con le fucilazioni sul campo, isolate e in massa. Un colonnello ne ha fatti fucilare una ventina, tra cui un sottotenente. Ne ha ricavato un encomio solenne dal comando supremo. L’uomo, condotto alla morte, tenta di fuggire, come una povera bestia inseguita dalla muta dei cani. La legge di guerra lo afferra e lo fucila. Si tengono le truppe con il terrore. “Salus patriae suprema lex”. Ognuno, che è qui, vive nella tragedia.

Il suo Diario è per tanti versi un libro scomodo e non tace sulle incapacità dei comandanti come non tace su soldati ubriachi che saccheggiano e bivaccano sulle rovine di Asiago o nel corso della ritirata di Caporetto.

Marco Crestani, Cammini e viaggiatori, Priamo, 2014, p 88-89

 

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