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Pubblicato da il 31 Lug 2018 in Storia | 0 Commenti

“Sotto il calcagno della morte”: la guerra di Ungaretti, tra illusioni e sconforti (L. Del Boca)

“Sotto il calcagno della morte”: la guerra di Ungaretti, tra illusioni e sconforti (L. Del Boca)

La prima notte di Ungaretti trascorse “sulla cresta di un monte, affogato nel fango”. Davanti tre linee continue di trincee austro-ungariche e, accanto, soldati inchiodati nella melma. Era dicembre inoltrato. Secondo il calendario non era ancora cominciato l’inverno ma, attorno al San Michele, il freddo arrivava in anticipo. Pioveva e l’umidità dell’Isonzo tormentava gli uomini di guardia. L’argilla rossa del Carso si appiccicava alle scarpe chiodate e tendeva a rapprendersi intorno alle suole, come per imprigionare i piedi e stringerli nella terra.

Bastarono poche decine di chilometri, lontano dagli ultimi villaggi, per trovarsi catapultati in un altro mondo. I commilitoni diventarono “compagni di pena”.

Ungaretti, a costo di trovarsi spesso nella condizione di venire rimproverato dai superiori, si trascinò un tascapane zeppo di una quantità di fogli sui quali segnò le impressioni e il tormento della sua vita militare.

Un’intera nottata

buttato lì vicino

a un compagno

massacrato

(…)

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita.

(…)

La prima comunicazione di Ungaretti portò il segno della gioia: “l’altra notte mi sono fatto una marcia di una decina di chilometri, sotto una pioggia torrenziale. Mi sono sfogato a cantare cogli altri soldati. Non mi ricordavo più di me”. Pochi giorni di tregua potevano sembrare una benedizione. “Era una felicità.”

Poco dopo, tuttavia, lui e il reparto vennero a conoscenza che gli amici erano stati investiti dal fosgene e che un gran numero di loro era morto soffocato. A poche ore di distanza, una dall’altra, la seconda lettera di Ungaretti si accompagnò alla cupezza del dolore. “C’è qualche cosa di gradito al mondo, Papini, la vita. C’è una pena che si sconta, vivendo, la morte.” Un pensiero che ripropose in un passaggio poetico:

La morte

si sconta

vivendo.

La nube di gas desertificò la gobba del San Michele.

Non ci sono più foglie sul monte né cicale, né grilli; e c’è rimasta la mia morte, viva.”

(…)

Quelli dell’agosto 1916, dopo 16 mesi di scontri spietati, furono i primi successi dell’esercito italiano. Niente di straordinario sul piano strategico, certo; ma, psicologicamente, mettere piede in una città irredenta come Gorizia rappresentò l’occasione per dare fiato alle trombe della retorica.

(…)

Anche Ungaretti ritrovò un po’ di ottimismo: “Ho visto cose meravigliose: il miracolo. I feriti non avevano dolori. Gli altri non potevano esser frenati. Era un grido di passione infinita. ‘Si vede il mare, si vede il mare’. Lo spazio finalmente, Papini. Fuori di pazienza, ci siamo arrivati”.

Sensazioni che, in versi, risultarono anche più penetranti:

M’illumino

di immenso.

In realtà si trattò soltanto di un’illusione momentanea.

La guerra continuò esattamente come prima, con i suoi morti, le sue ingiustizie e le sue atrocità. Solo si combatté una dozzina di chilometri più a est.

La delusione tornò a venare i pensieri e il cuore dei soldati. Dalla “dolina dei pidocchi”, Ungaretti si trovò confuso fra un singulto di ribellione e il desiderio di vitalità:

Questa carne molestata

ha pure

quando meno aspetta

i fremiti dell’alba.

E, in prosa, indirizzandosi all’amico Carrà: “Mi sono coricato sui sassi fangosi, e topi, come gatti, mi passavano addosso come fossi stato casa loro”.

(…)

Giuseppe Ungaretti finì all’ospedale per colpa di quelle malattia che i medici chiamavano “piedi di trincea”. Trascorre giorni e notti quasi immobili pestando fango marcio che copriva le caviglie e arrivava fino al ginocchio comprometteva la circolazione del sangue e provocava la cancrena.

Una diagnosi precoce e un medico attento erano sufficienti a salvare la pelle dei soldati, anche se non c’era niente di scontato. Per rispondere alle esigenze dello Stato Maggiore, che voleva sempre più uomini a disposizione, negli ospedali si sottovalutò apposta il fenomeno, rispedendo in prima linea parecchi militari già seriamente malati. “Dicevano che la guardia potevamo farla anche restando seduti…” Così, molte reclute che avrebbero potuto essere curate si trovarono nelle condizioni di farsi amputare i piedi o un pezzo di gamba.

A Ungaretti, tutto sommato, andò bene, perché trovò un ufficiale che comprese la gravità dei sintomi. Venne dichiarato “inabile alle fatiche di guerra” e assegnato alla 43a compagnia della 58a divisone dell’XI Corpo d’armata.

Si trattava di lavorare in un reparto definito “presidiario”, che governava il flusso dei militari e dei mezzi diretti verso il fronte. Praticamente un impegno burocratico. Eppure, nonostante fosse abbastanza lontano dai pericoli che aveva fisicamente conosciuto, Ungaretti non lasciò che si attenuasse quel senso di solidarietà che aveva maturato con il “popolo della trincea”.

Sono soverchiato dalla guerra, da questa tremenda sofferenza. La vita è una cosa così meravigliosa per noi, che non ci si può rassegnare alla morte. Non si può sentire il passato senza una desolazione straziante. Da tre anni s’è abbattuti sotto il calcagno della morte.”

Lorenzo Del Boca, Il sangue dei terroni, Piemme 2016, p. 112-119

  • Di e su Giuseppe Ungaretti di veda anche in questo sito:

http://www.inutilestrage.it/ancora-su-ungaretti-che-ritorna-sul-carso-nel-1966-g-ungaretti/

http://www.inutilestrage.it/il-natale-di-cento-anni-fa-g-ungaretti/

http://www.inutilestrage.it/li-hanno-messi-in-fila-anche-dopo-morti-1966-ungaretti-torna-sul-carso-l-bellaspiga/

http://www.inutilestrage.it/la-guerra-non-libera-mai-luomo-dalla-guerra/

http://www.inutilestrage.it/i-morti-cessate-duccidere-sarebbe-bene-che-nessuno-li-disturbasse/

http://www.inutilestrage.it/ancora-poesie/

 

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