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Pubblicato da il 6 Dic 2014 in Storia | 0 Commenti

“Terapia” militare (L. Zoja)

 

Gradualmente la psichiatria militare scivolò verso principi antipsichiatrici: anzi, filopatologici. Con la Prima guerra mondiale prevalse nelle Forze Armate Americane la dottrina del dottor Thomas Salmon, in seguito eletto presidente dell’American Psychiatric Association. Ogni reparto combattente veniva dotato di psichiatri militari. Questi, alla comparsa di incubi o di segni di panico, spostavano i soldati nelle immediate retrovie concedendo loro lievi terapie e riposo, per rimandarli dopo pochi giorni al fronte. Una simile “terapia” portava all’estremo il modello dei primi interventi russi e massimizzava i recuperi, perché alleviava i sintomi senza concedere ai militari di uscire dall’ambiente del fronte e senza abituarli all’idea che esiste un mondo senza nemico né carneficine quotidiane. Si migliorava l’efficienza degli individui più deboli – o semplicemente più sensibili – al prezzo di fingere che il fronte non fosse la causa delle patologie; e che quindi potesse essere la destinazione della guarigione.

Il combattente moderno, dopo avere annullato l’esistenza del nemico sul piano militare e cancellato anche la sua presenza psicologica, è pur sempre immerso in un ambiente circostante. Anche qui, la Prima guerra mondale crea nuove condizioni di radicale allofobia: i martellamenti dell’artiglieria, i primi bombardamenti aerei, i lanciafiamme favoriscono la tentazione di annullare anche e il paesaggio. Questa illusione si fa onnipotente soprattutto nelle guerre successive e nelle mani degli Americani, con l’arrivo dell’arma atomica e dei defolianti.

Lugi Zoja, Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza, Bollati Boringhieri, 2009, p. 76-77

 

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