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Pubblicato da il 31 Lug 2018 in Storia | 0 Commenti

Un siciliano al Monte Fior (L. Del Boca – V. Rabito)

In pochi mesi di servizio, Vincenzo Rabito visse la sintesi della campagna di guerra.

Di fronte alle postazioni italiane c’era monte Fiore che stava in mano austriaca e andava conquistato. “Arriverà l’ordine di avanzare” presagirono i veterani “e tu vedrai i morti e i feriti…” L’assalto fu pianificato con la collaborazione di un battaglione di “arditi”, dei fegatacci che, in combattimento, parevano divertirsi.

Erano delinquenti” giudicò, tagliando corto, Rabito “usciti dalla galera per queste difficili imprese. Delinquenti anche gli ufficiali. Partivano in tremila e tornavano in trecento. Non avevano né zaino né coperte. Neanche mangiare. Solo una giacca, con una grande tasca sulla schiena. La riempivano di bombe. Il pugnale in bocca, fucile e baionetta inastata. Parevano tanti cani arrabbiati. Quella mattina, alle 5, hanno assaltato monte Fiore. All’improvviso, sembravano diavoli. Le batterie nostre e loro sparavano. Alle 10 monte Fiore era rosso. Dove stavo io, con il calabrese, si sentivano grida e pianti e rumore e schioppi.”

Poi, a difendere la trincea conquistata, dovettero andarci i fanti dell’Ancona.

La terra tremava. Io e Giampietro tremavamo con lei. Io guardavo e mi sembravano fuochi d’artificio. Ciampietro, che aveva già partecipato a qualche scontro, aveva le lacrime agli occhi. Monte Fiore era un cumulo di cadaveri. Camminavamo fra corpi di morti ammazzati. Non sapevamo dove mettere i piedi. Della brigata, gli austriaci ne hanno ammazzato più di metà. Pianti e lacrime ne abbiamo fatti tanti.”

Ciampietro fu ferito e ricoverato in ospedale ma ognuno aveva perso un amico.

Chi riusciva a restare vivo cercava gli amici ma non lo trovava perché uno era morto, l’altro ferito e l’altro ancora prigioniero.”

Vita senza cuore. “Per tre giorni siamo stati abbandonati al padreterno. Niente rancio, niente dormire. I muli che dovevano portare la spesa non riuscivano a muoversi. La strada era sottosopra, piena di fango, tutte strappate. Il nostro elemento era la bestemmia. Ogni ora e ogni momento, ognuno nel suo dialetto, chi bestemmiava in siciliano, chi in veneto, chi in fiorentino. La bestemmia era l’unico, vero conforto.”

Lorenzo Del Boca, Il sangue dei terroni, Piemme 2016, p. 196-198

  • Di Vincenzo Rabito si veda anche il questo sito:

http://www.inutilestrage.it/la-predica-del-cappellano-militare/

http://www.inutilestrage.it/il-rancio-italiano-agli-austriaci/

http://www.inutilestrage.it/un-siciliano-a-monte-fior-altipiano-di-asiago/

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