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Pubblicato da il 5 Set 2014 in Letture | 0 Commenti

Una fucilazione e una ribellione: l’alpino Ortis (M. R. Calderoni)

 

È il primo luglio, l’ultimo della mia vita. Il campanile della chiesa suona le 4, i carabinieri vengo a prenderci. Ci tengono in mezzo a due fila di fucili, ci hanno legato le mani dietro la schiena; camminiamo tutt’e quattro in fila; le gambe sono di piombo, mi sento il sangue ghiacciato nelle vene, faccio fatica a respirare. Fisso la terra, cammino a testa bassa, non riesco a tenerla alzata, non ne ho la forza. (…).

Non so degli altri, dei miei tre compagni. Ho un gran ronzio in testa, il sangue pulsa come se volesse uscire dalle vene, il cuore batte come un martello, il tremito è così forte che sono quasi senza sensi, tramortito in un buio terrore. La paura ha cancellato ogni altro pensiero, non grido, o forse sì, con tutto il mio essere sto invocando mia madre.

Non sento nemmeno gli ordini, la scarica mi prende di schianto, un lampo assordante, una bestia feroce mi dilania, un urlo e il nulla. Sono le 4:58 precise.

Racconta ancora don Bellina nel suo libro.

L’ordine era di farli fuori dietro il cimitero il giorno dopo, di buon mattino. Dopo un’intera notte di grida e di clamore, i quattro alpini vengono trascinati dietro il cimitero. La strada era bloccata perché nessuno potesse vedere. Una donna che passava di lì per andare a falciare l’erba, la fanno tornare indietro, allora lei fa il giro e, attraverso il Rivo di Chiaule, nascosta nel bosco, raggiunge uno spiazzo da cui può osservare tutto.

A un certo punto vede che c’è un gran trambusto, molta confusione. Don Luigi si mette a correre verso i quattro soldati che sono stati messi in riga su quattro sedie, legati e con gli occhi bendati. Due ufficiali lo afferrano e cercano di portalo via, vestito com’è con la cotta e la stola, lui grida, si getta per terra, allora lo prendono, lo caricano su una carretta che parte in fretta.

Poi arriva l’ordine di sparare. Parte la scarica. Tre condannati abbassano la testa e non si muovono più. Il quarto grida, si contorce, rotola a terra assieme alla sedia. Un ufficiale gli va vicino e lo rimette a sedere. Un altro ordine, altra scarica. Il povero martire torna a cadere a terra, gridando come un vitello quando lo squartano. Allora tira fuori una pistola e gli spara dietro l’orecchio”.

Era Matiz Basilio, lui è stato ancora più sfortunato.

Maria Rosa Calderoni, La fucilazione dell’alpino Ortis, Mursia, 1999, p. 135-136

 

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