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Pubblicato da il 29 Set 2016 in Letture | 0 Commenti

Una fucilazione: peggio della guerra (C. Pastorino)

Una fucilazione: peggio della guerra (C. Pastorino)

 

OCCHI BENDATI

Il più ingrato dei compiti mi parve quello di far preparare la fossa per un vivo; per un vivo il quale aveva le ore contate, perché condannato alla fucilazione. Ogni reparto del reggimento doveva mandare un gruppo di uomini ad assistere.

Era un mattino di sole; una domenica alla fine di ottobre. Si preparò dunque la fossa e sull’orlo di essa fu collocato uno sgabello. Giunsero i soldati; si disposero intorno, a semicerchio. Nel mezzo, presso lo sgabello, un ufficiale grasso e rosso, con un rotolo di carta, guardava ora a noi, ora la fossa aperta, e ora verso una tenda che si vedeva là tra i cespugli, a un centinaio di metri. Anche noi, a ora a ora, volgevamo gli occhi verso quella tenda: avevamo visto entrarvi il cappellano. La tenda era chiara, quasi bianca. A pochi passi dall’ufficiale grasso e rosso, sei scelti tiratori, col fucile al piede, fermi e pallidi, attendevano. E anch’essi, come l’ufficiale e come noi, volgevano furtive occhiate alla tenda chiara. Là era il condannato. Di là sarebbe uscito. Ma il silenzio di tanti uomini impressionava. Quegli uomini usi allo spettacolo di morte, con l’anima piena di orrori e di stragi, ora tacevano, col battito in cuore.

Finalmente l’infelice, accompagnato dal cappellano, uscì, s’avanzò con passo sicuro, guardandosi attorno. Era giovane, ventenne, completamente sbarbato, di lineamenti fini e delicati, come quelli di una fanciulla. E come di fanciulla aveva il colorito roseo e fresco della pelle. Era vestito di una divisa nuova, ben fatta, che gli si adattava a meraviglia: e intorno al collo, spiccava la cravatta bianca, annodata con cura. Passò accanto ai commilitoni della sesta compagnia: li guardò con i suoi occhi scuri e i commilitoni non poterono sostenere quello sguardo. Nessuno gli rivolse la parola; né egli cercò di parlare. Si sedette sullo sgabello e si tolse il berretto. L’ufficiale grasso e rosso lesse la condanna; i suoi reati erano innumerevoli: diserzione in faccia al nemico, furti nelle retrovie, grassazioni. Ci si meravigliava a pensare come quel fanciullo avesse potuto commettere tanti reati. E tutto ciò nel volgere di pochi giorni. Gli vennero bendati gli occhi. Ora il silenzio si faceva inquietante. Un giovane ufficiale si accostò ai sei scelti tiratori: disse a bassa voce qualche parola; poi, con voce viva, dette l’attenti: altri comandi, e in ultimo “Fuoco!”. Le sei pallottole colpirono alla nuca: la calotta cranica s’aperse come un melone. Il corpo dell’ucciso rotolò nella fossa.

Noi tornammo ai nostri posti; s’era lividi e abbattuti: le gambe erano come intorpidite. Nessuno parlò dell’esecuzione.

Più tarsi fu portato il rancio per i soldati e giunse la nostra mensa; ma nessuno aveva appetito e il cibo non poteva andar giù.

Carlo Pastorino, La prova del fuoco, Egon, 2010 (or. 1926), p. 100-101

 

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