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Pubblicato da il 9 Gen 2015 in Frammenti | 0 Commenti

Una lettera a una mamma tedesca da un “nemico” siciliano

Una lettera a una mamma tedesca da un “nemico” siciliano

 

Nel settembre del 1988, Ignazio Buttitta, invitato a “L’angolo della poesia” ai Giardini Iblei di Ragusa, ha narrato la genesi della poesia “Lettara a una mamma tedesca”, ecco la trascrizione della registrazione.

Come prima cosa vi dico, avendo quasi novanta anni, essendo nella strada dei novanta anni… è bella la strada dei novanta anni, è larga. Ci arriverete anche voi… fra dieci, venti, trenta, quaranta… anni, voi arriverete nella strada dei novanta anni e io sarò a cento dieci, cento venti… e poi voi a cento e io a cento trenta… voi a cento dieci… Vedi che cosa meravigliosa, come è bello tutto questo, come dà speranza!

Ma volevo dire la sorpresa, la meraviglia che provo: mentre nel mondo si ammazzano tutti, mentre nel mondo ci sono guerre, mentre tutti rubano, qua ci sono cinquecento persone che vengono per sentire poesia. La poesia è amore! Nel mondo si ammazzano, rubano, ci sono i ladri, c’è la tangente, c’è la mafia e qua ci sono cinquecento persone come bambini innocenti per la giustizia, per la libertà! Questa è la cosa che mi meraviglia!

Io sono del 1899, uno dei “ragazzi del ‘99” e a diciassette anni ero in prima linea sul Piave. Ero in trincea… qua c’erano le trincee, le feritoie dove ci mettevamo la mitragliatrice, di là c’era il fiume e a cento metri c’erano i tedeschi, i nemici. Li chiamavano “i nemici”! Da secoli, li chiamavano “i nemici”! E sono cristiani [in siciliano cristiano vuol dire persona senza riferimento alcuno alla religione ma contrapposto a bestia, nda] come noi! Io avevo diciassette anni e quelli avevano sedici anni. Io avevo la pancia piena perché il mangiare ce lo davano, e quelli erano morti di fame. Neanche l’acqua gli portavano, poveretti!

Dunque il cinque agosto del mille novecento diciotto questi tedeschi, di notte, gettano le tavole sul fiume… sulle barche e passano il fiume. Passano il fiume a migliaia. Migliaia e migliaia di questi ragazzi tedeschi. Sedici, diciassette, diciotto… anni, poi c’erano quelli vecchi, gli anziani, c’erano pure quelli di cinquanta anni. Passano il fiume, vengono gli ufficiali italiani nelle trincee: “via, via… indietro, indietro… ritiriamoci, ritiriamoci…” E allora io presi la mitragliatrice, ognuno prendeva la mitragliatrice, un altro il fucile, un altro le bombe a mano e cominciammo a ritirarci. Ci ritirammo per quindici chilometri e quelli sempre a file serrate appresso a noi sparando… sparando sempre a file serrate appresso a noi. Loro sparavano e noi sparavamo. Ma loro cadevano come le olive, quando le olive si battono con le canne, cadevano a migliaia, il terreno era pieno di morti. Ad un certo punto, verso l’alba, non ce ne erano più… ne erano morti quaranta mila, cinquanta mila… quanti ne abbiamo ammazzati, non si sa!

Ora voi mi vedete qua, mi vedete come un cristiano, come un poeta, come una persona buona caritatevole generosa e invece sono uno che ha ammazzato centinaia e centinaia di cristiani, bambini e grandi. Che strano! E non sapete… e non sapete che cosa significa ammazzare un cristiano, non quanti ne ho ammazzati io, diecimila, ventimila, ma ammazzarne uno… non sapete che cosa significa… nel cuore che cosa c’è… il morto resta nel cuore… ce l’hai negli occhi… sempre davanti. Io per trenta anni mi sono portato i morti nel cuore e negli occhi. Anche ora che ho quasi novanta anni, chiudo gli occhi e vedo i morti, vedo i morti ammazzati. E non vedo solo i morti… vedo le madri, le madri dei tedeschi. Vedete che tragedia, che tragedia che è la vita! Quando finirà?! Quando finirà?! Quando avremo la speranza, la speranza che ci può essere un mondo di pace, di giustizia, di amore, che tutti ci incontriamo, ci abbracciamo, ci baciamo? Quando?! Chi lo sa?! Punto interrogativo!

Dopo che non c’era più nessuno, vennero gli ufficiali italiani, era il diciotto agosto mille novecento diciotto… siamo nell’ottanta otto… vuol dire settanta anni fa… vennero gli ufficiali italiani: “subito le pale, pigliate le palette, dobbiamo seppellire subito i morti” E quanto ci voleva! E così io e tutti gli altri, nello zaino avevamo le palette: “subito, subito – gli ufficiali facevano premura – dobbiamo seppellire i morti perché il caldo è a quaranta gradi e si può verificare una epidemia”. E va bene, seppelliamo. Io esco e davanti alla mia mitragliatrice, proprio sopra la mia mitragliatrice, steso così… ancora vivo con gli occhi aperti… mezzo vivo e mezzo morto, c’era un bambino, diciassette anni… tedesco… morto. Lo presi, ci guardai nelle tasche, perché in guerra quando ammazzavamo i nemici, la prima cosa che facevamo era di rubargli l’orologio, se avevano soldi, se avevano un fazzoletto, se avevano una lettera… Io gli infilai le mani nelle tasche e questo non aveva niente… ci infilai le mani nelle tasche… aveva una fotografia. Chi c’era nella fotografia?! La madre abbracciata con lui. Presi questa fotografia e me la misi nella tasca. La infilai nella tasca… così… distrattamente la presi e la infilai nella tasca… questa fotografia con la madre. Dopo settanta anni, chi viene a Bagheria a trovarmi… io l’ho attaccata al muro. Ho la foto di lui e sua madre attaccata al muro. Ogni tanto li guardo, mi spunta una lacrima agli occhi… e mi giro dall’altra parte.

Successe che poi tornai dalla guerra. Io ero ricco e quando tornai dalla guerra ero povero, senza una lira perché erano entrati gli americani e mi avevano saccheggiato bottega e magazzino, mi avevano saccheggiato tutto. Ero senza una lira. Allora mi misi a fare il rappresentante di commercio, mi ero sposato, avevo due bambini. Una notte, verso l’una, rincaso, accendo la luce, mia moglie con un bambino abbracciato qua, nel letto matrimoniale e un’altra abbracciata qua, il maschietto e la femminuccia, così sul petto. Guardavo mia moglie e mi vanno gli occhi al muro. “Guardo mia moglie abbracciata con i suoi figli; e io a quella madre ho ammazzato il figlio”. Mi sedetti, cinque minuti: “Ora gli scrivo una lettera”. Nella foto c’era l’indirizzo. Abitava a Stoccarda, in Germania. Scrivo questa lettera. Non mi rispose mai. Forse era morta. Forse aveva cambiato casa. Non mi rispose mai.

Ora vi dico la lettera che le mandai… guardavo mia moglie e guardavo la madre a cui avevo ammazzato il figlio…

Littra a una mamma tedesca

da “Lu pani si chiama pani” di Ignazio Buttitta

Mamma tedesca,

ti scrivi ddu surdatu talianu

chi t’ammazzò lu figghiu.

Mmaliditta dda notti

e l’acqui di lu Piavi

e li cannuna e li bummi

e li luci chi c’eranu;

mmaliditti li stiddi

e li prigheri e li vuci

e lu chiantu e li lamenti

e l’odiu, mmaliditti!

Era accussì beddu tò figghiu,

mamma tedesca,

lu vitti all’alba

cu la facci bianca

di picciriddu ancora ddummisciutu.

Ch’era beddu tò figghiu:

paria ca supra dd’erba

l’avissuru pusatu li tò manu.

Mamma tedesca,

iu, l’assassinu

ca t’ammazai lu figghiu:

comu pozzu dòrmiri suonni sereni

comu pozzu abbrazzari li me figghi

comu pozzu passari

mmezzu a l’omini boni

senz’essiri assicutatu,

e crucifissu a lu muru?

Mamma tedesca,

matri di tuttu lu munnu,

vi chiamu!

Ognuna,

la petra cchiù grossa

vinissi a ghittalla

supra di mia:

muntagni di petra,

muntagni di petra,

scacciati la guerra.

Mamma tedesca,

ti scrive quel soldato italiano

che ti ha ucciso il figlio.

Maledetta quella notte

E le acque del Piave

E i cannoni e le bombe

E le luci che c’erano;

maledette le stelle

e le preghiere e le voci

e il pianto e i lamenti

e l’odio, maledetti!

Era così bello tuo figlio,

mamma tedesca,

lo vidi all’alba

con la faccia bianca

di bambino ancora addormentato.

Com’era bello tuo figlio:

sembrava che sopra quell’erba

l’avessero posato le tue mani.

Mamma tedesca,

io, l’assassino

che ti ha ucciso il figlio:

come posso dormire sogni sereni

come posso abbracciare i miei figli

come posso passare

in mezzo agli uomini buoni

senza essere scacciato,

e crocefisso al muro?

Mamma tedesca,

madri di tutto il mondo,

vi chiamo!

Ognuna,

la pietra più grossa

venisse a buttarla

sopra di me:

montagne di pietre,

montagne di pietre,

scacciate la guerra”

sol

(* si ringrazia della segnalazione Giovanni Firrito)

 

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