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Pubblicato da il 25 Giu 2015 in Frammenti | 0 Commenti

Una voce sud-tirolese (S. Ardito)

18 ottobre 1915

L’occupazione della Cengia Martini

(….)

All’interno del Museo della Grande Guerra, o sui sentieri che conducono alla capanna Edelweiss e ad altre baracche austro-ungariche ricostruite, delle guide vestite con la divisa dei Kaiserjager accompagnano i visitatori. Il loro animatore, Franz Pozzi Brunner, può raccontare la storia di questi luoghi per ore.

La divisa che indosso è la copia perfetta di quella di mio nonno, che ha combattuto da queste parti” spiega Franz, che è originario di Solda ai piedi dell’Ortles, e che prima di andare in pensione qualche anno fa ha lavorato per decenni come operaio specializzato e guida alpina. A suo nonno, dopo la fine della Grande Guerra, i nuovi padroni dell’Alto Adige hanno tolto perfino il cognome, che da Brunner (“sorgenti”) è stato italianizzato in Pozzi.

Franz non ha nulla contro i visitatori italiani, che chiedono informazioni sulle postazioni degli alpini, scoprono di essere su quelle dei loro nemici e iniziano lentamente a capire la geografia e la storia di questi luoghi. Mi racconta del suo servizio militare con gli alpini, e dei suoi viaggi in Toscana alla ricerca delle storie dei minatori dell’Amiata che hanno lavorato e combattuto quassù.

Mi ricorda che, grazie ai Longobardi, il nome del vulcano che si alza al confine tra la Maremma e il Senese deriva dal tedesco Heimat, che significa “patria”. “Su questo punto non transigo, però”, spiega Franz. “Noi altoatesini non siamo e non saremo mai italiani. Siamo stati occupati, lo dobbiamo accettare, ma abbiamo un’altra cultura e un’altra lingua, e gestiamo il territorio in maniera diversa.”

L’entusiasmo di Franz Pozzi Brunner per l’impero di Francesco Giuseppe, “una Europa unita con decenni di anticipo sui tempi” può essere condiviso o meno. Senza capire dove batteva il cuore dei Kaiserjager e dei Landsschutzen, però, non si comprende la storia di queste rocce e di queste battaglie.

Gli italiani erano più forti, più numerosi, meglio attrezzati e meglio armati. Eppure non sono riusciti a sfondare, né qui né altrove sulle Alpi”, mi dice Franz. “Il motivo è semplice. Sul Lagazuoi come sulle Dolomiti di Sesto e sull’Adamello i militari austro-ungarici, in buona parte nati qui in Sudtirolo, difendevano la loro patria, e lo han fatto con le unghie e con i denti. Tra il 1917 e il 1918, le truppe italiane hanno fatto esattamente lo stesso sul Grappa, e lì gli austriaci non sono riusciti a sfondare. È possibile che non riusciate a capirlo, in Italia?”

Stefano Ardito, Alpi di guerra Alpi di pace. Luoghi, volti e storie della Grande Guerra sulle Alpi, Corbaccio, 2014, p. 65-66

 

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