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Pubblicato da il 2 Gen 2021 in Storia | 0 Commenti

Uomini e animali nella guerra: Karl Krauss e Rosa Luxemburg (J. Bouveresse)

KARL KRAUSS, ROSA LUXEMBURG E IL DISASTRO DELLA GRANDE GUERRA

COSA SIGNIFICA TRATTARE GLI ANIMALI CON UMANITA’?

 

«Il 1°agosto 1914, scrive l’autore satirico viennese Karl Kraus nella sua rivista Die Fackel (La Fiaccola), ho sentito un grido: «Andiamo sempre dritti verso la gloria!» Mi vergognavo di essere un brontolone, perché già allora sapevo precisamente che sarebbe arrivato il momento dei: «Vorrei tanto che tutto questo finisse!» Ma ero al tempo stesso un tale ottimista da fissare la data per l’espressione di questo desiderio, che avremmo udito già il 1° agosto 1915, il 1° agosto 1916 e non il 1° agosto 1917. Eppure, in casi del genere non si può lavorare con la precisione matematica, ma solo con la precisione apocalittica. (1)». Kraus esprime queste parole nella convinzione che solo uno straordinario sforzo di immaginazione, come quello di cui la mentalità apocalittica è un esempio, sia in grado di compensare la totale assenza di immaginazione che ha reso possibile il disastro e di permetterci, non essendo stati capaci di impedirlo, di capire quanto accaduto e quanto ne deriva. È questo linguaggio apocalittico e a volte lo stesso testo de L’Apocalisse che Kraus adotta naturalmente per parlare non solo delle perdite di vite umane e delle inimmaginabili sofferenze che la guerra sta causando, ma anche delle distruzioni che l’associazione di progressi tecnici, dello smisurato potere del denaro e della ricerca della redditività a ogni costo hanno iniziato a infliggere all’ambiente e alla natura. Le due cose, l’onnipotenza sanguinaria della tecnica e la tirannia del denaro-re, sono, ai suoi occhi, più che mai legate tra loro, poiché, come afferma, in un primo tempo i mercati sono stati trasformati in campi di battaglia e poi i campi di battaglia in mercati da conquistare e da sfruttare per gli industriali e i venditori di armi. A prima vista, un legame di questo genere potrebbe sembrare poco evidente, ma Kraus non ha alcun dubbio sull’«esistenza di un nesso causale tra il sangue e il profitto», che ha come conseguenza ogni volta la condanna a morte di migliaia di esseri umani soprattutto per il profitto e la prosperità di alcuni. Gli attacchi alla dignità, ai diritti e alla vita dell’essere umano, di cui la guerra ha avuto l’effetto spettacolare di ridurne il valore e il prezzo, non possono essere assolutamente separati dal disprezzo con cui l’attuale umanità ha l’abitudine di trattare l’ambiente in generale e gli animali in particolare. In realtà sono questi due aspetti diversi di un unico processo di disumanizzazione e, di conseguenza, di autodistruzione intrapreso dall’umanità. «Nessuno prova compassione per noi» Non è dunque un caso se nell’ultimo monologo del Brontolone (Gli ultimi giorni dell’umanità) emerge un problema che saremmo tentati di ritenere molto secondario ma che, al contrario, per Kraus è di primaria importanza: quello delle distruzioni che la quantità crescente di carta necessaria per la fabbricazione di giornali sta provocando nei boschi. Questa congiunzione, vettore di una valenza sinistra, tra la smisurata espansione della stampa, che niente sembra poter contenere, e la riduzione dei boschi ha sempre avuto per lui una dimensione simbolica, fortemente rappresentativa di quel che sta accadendo all’umanità, con il suo consenso ma anche per sua stessa colpa. L’episodio citato nel monologo del Brontolone appartiene ancora una volta alla categoria dell’inconcepibile, la cui portata non ha tuttavia impedito che avvenisse: «La curiosità di scoprire il tempo esatto impiegato da un albero nella foresta per trasformarsi in un giornale ha fornito al proprietario della cartiera dello Harz lo spunto per un interessante esperimento. Alle ore 7 e 35 fece abbattere nella vicina foresta tre alberi i quali, eliminata la corteccia, vennero trasportati nella locale fabbrica di cellulosa» (Gli ultimi giorni dell’umanità). La risposta alla domanda in questione è stata la seguente: le operazioni successive necessarie per passare dall’albero al giornale stampato sono state tanto rapide che alle 11 del mattino quest’ultimo era già in vendita per strada. «Quindi erano state sufficienti 3 ore e 25 minuti perché il pubblico potesse leggere le ultime notizie stampate sul materiale tratto dagli alberi sui cui rami gli uccelli avevano cinguettato al mattino» (ibid.)

Quando si affronta la questione dello stretto rapporto che c’è, agli occhi dello scrittore satirico, tra la disumanizzazione dell’essere umano e la riduzione della natura allo status di semplice strumento che l’uomo ha il diritto di utilizzare come crede, è quasi impossibile non citare anche le notevoli affinità in merito tra la sua posizione e quella di Rosa Luxemburg. Leggendo l’Arbeiter-Zeitung, Kraus, come egli stesso spiega, si era imbattuto in una delle lettere da lei scritta nel 1917 da Breslavia, dove era incarcerata, a Sonja Liebknecht, pubblicata tre anni dopo. Quel che aveva apprezzato e ammirato particolarmente in questa lettera naturalmente non era solo l’eccezionale qualità letteraria che ne emergeva e la cui importanza per lui non aveva niente di sorprendente, ma anche l’amore profondo per la natura che veniva espresso e la compassione per la sofferenza che l’essere umano è capace di infliggere in perfetta buona fede ad altri abitanti, in particolare agli animali da lui costretti a servirlo e, a volte, ridotti in pura e semplice schiavitù. Per Rosa Luxemburg come per Kraus, era pressoché lampante il legame tra quanto da lei descritto nella lettera e quel che è stato generato dalla guerra – o forse semplicemente da questa fatto emergere. Quando la guardiana, indignata, chiede al soldato, che sta picchiando selvaggiamente un animale stremato a cui si impone di trascinare un carico palesemente troppo pesante per lui, se non ha proprio alcuna pietà per gli animali, la risposta parla da sé: «Nessuno prova compassione per noi uomini, ha risposto con un sorriso maligno, e ha ricominciato a colpire ancora più forte (2)». A emergere qui è la propensione che possono facilmente avere le vittime nell’esercitare una forma di vendetta contro altre vittime ancora più deboli di loro e più incapaci di difendersi. Sugli animali trattati in questo modo (si tratta di bufali fatti arrivare dalla Romania), Rosa Luxemburg afferma nella sua lettera: «Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché non valse anche per loro il detto “vae victis”. (…) Solo a Bratislava dovrebbe esserci un centinaio di queste bestie; avvezze ai grassi pascoli della Romania, ora ricevono cibo misero e scarso. Vengono sfruttate senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili e assai presto si sfiancano». Stiamo parlando proprio dei vinti, troppo facilmente dimenticati, della guerra, che meritano, così si crede, ancor meno di altri pietà sulla propria sorte. È, altrettanto semplicemente, nel cortile di una prigione, il volto della guerra stessa che Rosa Luxemburg vede passare dietro gli avvenimenti e i comportamenti che descrive: «Intanto, i carcerati correvano operosi qui e là, intorno al carro…; il soldato invece ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni, se ne andò in giro per il cortile ad ampie falcate, sorrise e fischiettò fra sé una canzonaccia. E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi». Quel che nella lettera è sottolineato con particolare enfasi è la specie di solidarietà spontanea che si stabilisce tra la prigioniera – a sua volta in certa misura vittima della guerra poiché è prevalentemente la sua opposizione dichiarata, radicale e militante a quest’ultima a costarle la prigionia – e l’altra vittima, l’animale martirizzato. La descrizione del modo in cui questo diventa per così dire umano e si trasforma in una sorta di fratello nella sofferenza e nella disgrazia ha qualcosa di realmente straziante: «Uno [degli animali], quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa e perché, che non sa come sfuggire a quella sofferenza e alla violenza brutale. (…) Gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – ma erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto fremessi io, inerme davanti a quella dolorosa sofferenza.»

Edward Timms, nella sua biografia di Kraus, sottolinea giustamente che «esistono notevoli parallelismi tra Kraus e Luxemburg. I due autori richiamano una visione dell’armonia originale per contestare l’idea di una natura con denti e artigli rossi di sangue, a cui spesso si ricorre per giustificar il conflitto militare e la dominazione razziale. Kraus ha riformulato la propria posizione con forza ancora maggiore dopo aver ricevuto la lettera di una Megera dell’aristocrazia che ridacchiava di Luxemburg, vista come una di quelle «donne isteriche» condannate a finire male se persistono nel sollevare dubbi» (3). La «megera» in questione era un’aristocratica ungherese che si presentava come una vecchia abbonata della Fackel e dichiarava di essersi imbattuta per caso sul numero in cui Kraus aveva riprodotto e commentato la lettera di Rosa Luxemburg.

Nel numero 462-471 della rivista, Kraus si interroga sul modo in cui i cani hanno vissuto la «loro» guerra e sono riusciti a sopportare la pressoché totale mancanza di cibo e di cure imposta loro dalla penuria generale e dall’indifferenza della specie ritenuta «superiore» che li aveva condannati alla servitù e privati per così dire di ogni forma di diritto: «Oggi, in molti modi, soprattutto dai giornali della domenica, i cani sono attaccati perché “sottraggono” cibo agli uomini. Queste accuse sono infondate. Tralasciando il fatto che concedo molto più volentieri un boccone di cibo a un cane piuttosto che a un giornalista qualsiasi, sono certo che la maggior parte degli uomini abbia sempre ancora più cibo della maggior parte dei cani, i quali tuttavia non si dichiarano guerra tra loro e non sono responsabili dello stato delle cose, interamente causa degli uomini. Perché, sebbene possa capitare in casi isolati che un cane rubi del cibo a un uomo, in molte occasioni l’uomo prende la sua rivincita divorando il cane. Non è ancora mai successo il contrario. (…) Questo può dipendere dal fatto che la carne di una specie i cui membri si battono tra loro con i gas tossici ripugni la specie migliore». Kraus era del parere che «la testimonianza unica nel suo genere di umanità e poesia» rappresentata dalla lettera di Rosa Luxemburg dovrebbe essere accolta in tutti i libri scolastici tra Goethe e Claudio e i giovani lettori dovrebbero essere informati del fatto che «il corpo che ha avvolto un’anima di tale levatura è stato abbattuto sotto i colpi dei calci del fucile» (4). Potremmo tranquillamente dire, mi sembra, che anche alcuni passaggi della replica di Kraus alla lettera della «Signora X-Y», come per esempio quello a seguire, meriterebbero di essere inseriti nei libri di scuola: «L’umanità che considera l’animale come un essere amato ha maggior valore della bestialità che deride e sbeffeggia l’idea che un bufalo non sia «particolarmente» stupito di dover tirare un carro a Breslavia e di ricevere dei colpi assestati con il manico di una frusta. Questo tipo di mentalità ripugnante fa ritenere ai signori della Creazione e alle loro signore, “ fin dalla prima giovinezza”, che nell’animale non accada niente, privo di emozioni quanto il suo proprietario, per il semplice motivo che non è stato dotato della stessa dose di tracotanza e non è neanche capace di esprimere le proprie sofferenze nell’incomprensibile linguaggio di cui quest’ultimo dispone (5).» Uno strumento per i nostri interessi La protesta di Luxemburg e Kraus si contrappone direttamente a una visione del mondo animale che, in merito alla considerazione riservatagli, conosce solo quella che consiste nell’incitare la specie umana a ispirarsi al proprio esempio per reimparare la durezza, l’assenza di pietà e la crudeltà alla base della legge fondamentale della vita. Si tratta, così, di accettare più disciplinatamente l’idea che la natura impone a tutti i viventi come regola la lotta permanente, l’assoggettamento degli inferiori e l’eliminazione degli inabili. Come dirà Hitler, il mondo animale non ha, come quello degli uomini, la possibilità e i mezzi per contrastare l’azione delle leggi della natura, che ad ogni modo, presto o tardi, finiscono sempre per prevalere: «Nella natura, quel che non ha forza vitale perisce a propria volta da sé; solo l’uomo presta cure a quel che è colpito da una debolezza vitale (6).» È quindi imperativo e urgente, per la nostra specie, consentire la sostituzione dell’umanità pusillanime e sentimentale, che si esercita essenzialmente nella protezione e nella promozione artificiale dei deboli, con un’altra forma di umanità, più virile e più conforme al modo in cui accadono le cose nel mondo degli esseri viventi in generale, chiamata nel Mein Kampf «l’umanità della natura»: «L’uomo, per un certo periodo, può sfidare le leggi eterne della volontà di conservazione perpetua; però la vendetta arriva presto o tardi. Una specie più forte caccerà i deboli, poiché la pulsione della vita nella sua forma ultima spezzerà sempre e di nuovo i ridicoli legami di una cosiddetta umanità dalle forme singolari, per far entrare al suo posto l’umanità della natura, che annienta la debolezza per lasciar posto alla forza (7).» Si esprime qui una trasposizione al mondo animale di alcune delle caratteristiche più odiose, ma spesso anche più specifiche, del mondo umano stesso. Cercare almeno di non essere più bestiale o scellerato degli animali potrebbe già rappresentare, in queste condizioni, un notevole progresso per l’uomo. Forse potremmo imparare da loro qualcosa di diverso dall’insensibilità e dalla crudeltà. Un’umanità che rimanga capace di comportarsi in modo umano nei confronti degli animali e di trattarli come pari, rende miglior servizio all’umanità rispetto a quella che li tratta più o meno come del materiale di cui ci si serve. La questione qui formulata, agli occhi di Kraus, era tanto importante da riproporsi insistentemente e a più riprese. In Hunde, Menschen, Journalisten («I cani, gli umani, i giornalisti»), riproduce alcuni estratti di autori diversi che si sono pronunciati in termini positivi e amichevoli o al contrario in maniera apertamente ostile e negativa sulla questione dei diritti degli animali e del dovere di umanità che abbiamo nei loro confronti. Come era prevedibile, ha riservato un posto privilegiato a Arthur Schopenhauer, per averci mostrato l’esempio che dovremmo cercare di seguire. Baruch Spinoza, la cui posizione era stata radicalmente contestata da Schopenhauer, assume per un certo verso il ruolo di antagonista della storia. L’idea perorata dall’autore dell’Etica è che lo status di animale non sia affatto quello di congenere o eventualmente compagno con cui possiamo eventualmente intrattenere rapporti di natura sociale, ma piuttosto quello di strumento che abbiamo il diritto di usare più o meno a nostro piacimento in funzione dei nostri bisogni e dei nostri interessi: «Al di fuori degli uomini, non conosciamo in natura niente di particolare che possa darci piacere attraverso la mente e a cui possiamo legarci attraverso un sentimento di amicizia o un altro tipo di rapporto sociale. Di conseguenza, la base dell’utilitarismo non mira a conservare quel che si trova nella natura, a parte gli uomini, ma suggerisce di conservarlo per diversi usi, di distruggerlo o di adattarlo con ogni mezzo al nostro uso (8)» Non ci può quindi essere per noi l’obbligo propriamente detto di badare al benessere e alla conservazione degli animali e degli esseri viventi in generale, nella misura in cui dipendono da noi, direttamente o indirettamente, per la loro esistenza, poiché la questione di sapere se noi dobbiamo o meno cercare di preservarli dipende in realtà solo dall’uso, vantaggioso o meno, che potremmo farne tenendoli in vita. Schopenhauer attribuisce questo concetto avanzato da Spinoza, ai suoi occhi incomprensibile e aberrante, alla persistenza dell’influenza biblica nella sua mente, in particolare del racconto della Genesi – «Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”» (1,26) – e della tradizione ebraica o giudaicocristiana. È proprio questo il fulcro delle ultime pagine del Mondo come volontà e rappresentazione: «Spinoza non poteva liberarsi dell’Ebreo: quo semel est imbuta recens servabit odorem [il vaso nuovo conserva a lungo l’odor di cui prima si imbevve] (Orazio, Epistole, I, 2, V. 69). Quel che è del tutto giudaico in lui e che, unito al panteismo, è ancor più assurdo e orribile, è il suo disprezzo per gli animali, in cui vede delle semplici cose destinate al nostro uso e a cui rifiuta ogni diritto (9).» In un’integrazione successiva a Parerga und Paralipomena, a proposito del mondo animale e del rapporto che intratteniamo con questo, Schopenhauer torna sulla questione e affonda: «L’animale è sostanzialmente e prevalentemente quel che siamo noi: l’unica differenza sta nel caso, nell’intelletto, e non nella sostanza, che è la volontà. Il mondo non è un’opera di cattiva qualità e gli animali non sono un prodotto fabbricato per il nostro uso. (…) Non è solo la verità, ma anche la morale ad essere al nostro fianco. (…) Il maggior beneficio derivato dalle ferrovie è che salvano da un’esistenza penosa milioni di cavalli da traino (10).» L’ultima frase mette in relazione l’avvento del regno universale della macchina con la miserabile condizione in cui è ridotto un cospicuo numero di animali a causa dell’uomo, ma lo fa per segnalare giustamente uno dei rari aspetti che possa essere considerato positivo. Inoltre, è un punto su cui Kraus potrebbe sentirsi relativamente vicino a Schopenhauer, perché persuaso che il modo in cui l’essere umano si è trasformato in adoratore e schiavo della macchina sia in parte dovuto alla scarsa considerazione dimostrata per le altre specie e per la vita in generale, e al tipo di crudele tirannia che impone a una parte del mondo animale.

Potrebbe sembrare un po’ strano che nell’estate 1916, in un momento in cui la guerra, iniziata da quasi due anni, ha raggiunto un livello estremo nell’intensità dei combattimenti e nelle perdite di vite umane, Kraus torni con una tale insistenza sulla questione del rispetto da riconoscere agli animali e sulle violenze e le atrocità inflitte anche a loro dalla guerra. Ma si adopera a convincere i propri lettori che l’umanità sbaglierebbe a credere di poter affrontare il problema come pressoché marginale. Quando proviamo a capire cosa abbia reso possibile una catastrofe come quella della prima guerra mondiale, non bisogna assolutamente dimenticare di prendere in considerazione un certo numero di caratteristiche costitutive e di fattori cruciali, verso cui né la socialdemocrazia né gli avversari borghesi mostrano reale preoccupazione o motivo di insorgere. Il pensiero di Kraus va a questioni che sarebbe bene risolvere definitivamente – invece di riprenderle, amplificandole ed estendendole –, ossia a tutto quel che ha a che vedere con il produttivismo e il consumismo sfrenato, con lo sfruttamento indiscriminato e smisurato delle risorse naturali, con l’indifferenza verso l’ambiente e con i danni sempre più causati dalle attività umane, dalla sua volontà di potenza e dalla sua avidità apparentemente senza limiti, con la mancanza di considerazione per gli animali e il rifiuto deliberato e ostinato del rischio che, con la scusa di migliorare sempre più le condizioni di vita della nostra specie, si finisca per rendere problematica e quindi impossibile la preservazione della vita degli altri e della vita in generale, ecc. Su questi argomenti un partito rivoluzionario, sostiene Kraus, dovrebbe mostrarsi ben più rivoluzionario della socialdemocrazia. Ma a impedirgli di esserlo è purtroppo, in gran parte, l’interesse, pur comprensibile, delle persone da questa difese, per la continuazione di un processo che andrebbe al contrario, se possibile, contenuto e probabilmente interrotto. Non bisogna cercare altrove la ragione per cui anche coloro che sono, teoricamente, più indicati per auspicare il cambiamento possono trovarsi incapaci al contempo di volerlo realmente e anche decisissimi a combattere chi sia tentato di imporglielo. Quando riflettiamo, come Kraus prima di noi, a questo tipo di situazione, non ci stupiamo che, su una questione come quella del riscaldamento climatico, per esempio, la cui urgenza sta diventando estrema, l’attuale umanità sia probabilmente condannata fino alla fine, qualora arrivasse, a cercare di far coesistere l’annuncio della catastrofe ormai quasi certa e di cambiamenti radicali assolutamente indispensabili, con la ricerca di ogni strumento possibile e immaginabile per evitarli e accontentarsi di misure per lo più simboliche e in alcuni casi ridicole. Questo non può in alcun caso far diventare le questioni di giustizia sociale e di uguaglianza, di fronte a un problema come quello citato, meno cruciali o, peggio, secondarie. Non è certo quel che pensava Kraus; quel che avrebbe desiderato e ha atteso invano dalla socialdemocrazia era proprio che si mostrasse, sui due tipi di argomenti – che non possono essere trattati in maniera del tutto indipendente l’uno dall’altro –, nettamente meno conciliante e ben più rivoluzionaria. La minaccia reale che oggi rappresenta per l’umanità il preoccupante progresso dell’ingiustizia e della disuguaglianza è un tema di sorprendente attualità, su cui Kraus era stato più lungimirante della maggior parte dei suoi contemporanei. Nella sua risposta alla signora von X-Y, Kraus stabilisce un rapporto diretto tra il modo in cui lei si esprime riguardo Rosa Luxemburg e la fondamentale approvazione della guerra delle persone come lei. Accanto alla lettera di Rosa Luxemburg, bisognerebbe pubblicare nei libri di lettura «la lettera di questa megera, per inculcare nella gioventù non solo il rispetto della grandiosità umana ma anche il disgusto per la sua miseria». È una delle ragioni per cui Kraus esprime apertamente il desiderio che il comunismo disponga ancora di una vita abbastanza lunga, anche solo per impedire alla stirpe di cui parla di godere serenamente dei vantaggi acquisiti e di dormire sonni beati: «Che Dio lo tenga come minaccia costante sulle teste di quanti possiedono dei beni e, per proteggerli, manderebbero tutti gli altri al fronte della carestia e dell’onore patriottico, cullandoli nella consolazione che i beni materiali non sono i beni supremi. Che Dio lo salvi affinché questa gentaglia che si dimena impudentemente non diventi ancora più sfrontata, affinché gli unici ad avere accesso al piacere, i quali pensano che l’umanità abbia avuto abbastanza amore dopo il contagio della sifilide, abbiano almeno il sonno disturbato da un bell’incubo (11).» Oggi, la «gentaglia» di cui parla ha motivi ancor più forti di pensare di aver vinto la guerra contro i poveri, e di averla vinta a tavolino. Come ammoniva Kraus, può dimenarsi con impudenza e manifestare la stessa propensione a fare la morale alle proprie vittime, a impartire loro lezioni sulla serenità e la saggezza e a spiegargli che non hanno il minimo motivo di provare odio e di ribellarsi a coloro che ritengono essere i responsabili della propria infelicità.

 

JACQUES BOUVERESSE * filosofo

 

(1) «Verwandlungen», Die Fackel, n° 462-471, Vienna, ottobre 1917.

(2) «Lettre de Rosa Luxemburg à Sonia Liebknecht», in «Les guerres de Karl Kraus», traduzione francese di Pierre Deshusses, Agone, n° 35-36, Marsiglia, 2006.

(3) Edward Timms, La Vienna di Karl Kraus, Il mulino, Bologna, 1989.

(4) «Vorlesungen (mit dem Brief Rosa Luxemburgs) » («Letture, con la lettera di Rosa Luxemburg »), Die Fackel, n° 546-550, luglio 1920.

(5) «Les guerres de Karl Kraus», op. cit.

(6) Adolf Hitler, Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, appunti di Heinrich Heim, pubblicato da Werner Jochmann, Orbis, Monaco, 2000.

(7) Adolf Hitler, La mia battaglia, Bompiani, Milano, 1934.

(8) Etica, parte quarta, appendice, capitolo XXVI.

(9) Arthur Schopenhauer, Le Monde comme volonté et comme représentation, Presses universitaires de France, Paris, 1966.

(10) Arthur Schopenhauer, Senilia, Gedanken im Alter («L’arte di invecchiare: ovvero «Senilia»»), a cura di Franco Volpi e Ernst Ziegler, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 2011.

(11) «Les guerres de Karl Kraus», op. cit.

 

 

(Traduzione di Alice Campetti)

Le Monde diplomatique il manifesto – ottobre 2020

 

 

 

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