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Pubblicato da il 27 Set 2018 in Storia | 0 Commenti

Vittorio Veneto: una falsa vittoria (L. Del Boca)

Ci vuole coraggio per sostenere che a Vittorio Veneto l’esercito italiano impegnò battaglia, e non basta l’ardimento per assicurare che lo scontro si concluse con un trionfo.

Gli imperi centrali, chiuse sulle frontiere esterne, avrebbero potuto vincere la guerra solo risolvendo la contesa nel primo anno. Non avendo sfondato nel 1915, erano destinati a perdere, perché non avrebbero potuto ottenere rifornimenti esterni e la produzione interna sarebbe inevitabilmente calata per la mancanza di materie prime.

Lo sforzo bellico sfiancò l’industria e le truppe dell’alleanza, tanto che già nel 1917 era chiaro che la fine sarebbe arrivata per consunzione. (…).

L’impero austro-ungarico si stava avviando allo sfacelo.

Tuttavia, il Capo di stato maggiore, Franz Conrad von Hotzendorf, tentò di sfondare il fronte italiano due volte. Il 23 dicembre 1917 un’offensiva distribuita su tre colonne venne propagandata con lo slogan “Natale a Milano” ma dovette rassegnarsi alla sola conquista di qualche posizione ininfluente.

Ci riprovarono il 15 giugno 1918 con lo scontro che l’immaginazione di D’Annunzio ribattezzò “la battaglia del solstizio”. Per questo secondo tentativo le perplessità attraversarono, in modo evidente, lo stato stato maggiore.

C’era chi intendeva attaccare in montagna, sul Grappa, e chi preferiva cercare la fortuna sul Piave. Boroevic – che pure era un generale ostinato, disposto in ogni circostanza a chiedere ai suoi soldati un impegno sovrumano – dichiarò che non andava bene né l’azione “alta” in vetta né quella “bassa” sul fiume. Le truppe non sarebbero state in grado di affrontare uno sforzo oltre la loro portata. (…).

Per gli Asburgo non esisteva altra strada che uscire dalla guerra. (…). L’Austria si dimostrò disponibile a un accordo con gli alleati a costo di una pace separata, senza i tedeschi. (…).

Il 12 settembre, a Saint-Jean-De-Maurienne, si tenne un incontro al quale parteciparono il presidente francese Poincaré e il suo primo ministro Ribot, il premier britannico Lloyd George e il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino. Proprio Sonnino – forse inconsapevolmente e, certo, suo malgrado – ebbe un ruolo decisivo, perché se ne uscì con il sostenere che la conclusione della pace con l’Austria avrebbe provocato, in Italia, una rivolta di segno repubblicano difficilmente controllabile, dagli esiti non prevedibili. Figurarsi: i soldati al fronte non aspettavano altro che di tornare a casa e quelli in partenza avrebbero fatto festa, in caso di smobilitazione. Non era ancora venuta la rotta di Caporetto e l’esercito tricolore avrebbe potuto risparmiarsi mezzo milione di vittime.

Non per nulla, a commento delle recriminazioni che in seguito affiorarono, Alfredo Frassati, direttore de “La Stampa”, in polemica con Abertini che dirigeva “Il Corriere della Sera”, scrisse: “Non non sappiamo se, proprio nel 1917, la pace si sarebbe potuta fare. Sappiamo però che se gli uomini avessero avuto un briciolo di cervello e di cuore avrebbero dovuto fare di tutto per concluderla. Il destino superiore che impedì di realizzarla furono, soprattutto, la passione e la cecità degli uomini che avevano scatenato la tempesta e che calcolavano, con una vittoria, di mettere tutto a posto e per sempre. Per il signor Ribot, il solo parlare di pace era tradimento, per gli amici del giornale salandrino, ogni approccio era un subdolo tentativo, un’illusione dei nemici di potersi salvare dall’espiare le proprie colpe, un’offesa”. (…).

Llyod George accettò le decisioni dei colleghi e poi nel suo diario li criticò: “Ignorare i vantaggi di una pace separata con l’Austria ed essere pronti a rinunciarvi sono indizi di una condizione mentale patologica”. (…).

Per l’Austria non esistevano alternative. “Con l’animo affranto comunico: i soldati di oltre trenta divisioni, senza distinzione di nazionalità, si rifiutano di combattere. Alcuni reparti abbandonano senz’altro le proprie posizioni. Un reggimento della riserva è tornato indietro poco fa. Non si riesce a inquadrare le formazioni in marcia. Le truppe ungheresi domandano di tornare a casa perché la patria è in pericolo. I comandi non hanno alcun potere. Le truppe in linea si comportano ancora meravigliosamente, ma la loro forza si esaurisce”. Gli altri Comandi premevano per l’armistizio per sottrarsi all’anarchia: “Mancano i viveri, le ferrovie non camminano più, la situazione intera è sconvolta, è con la morte nel cuore che invio queste notizie” (* da Arthur Arz Von Straussenburg, Storia della grande guerra, Vienna, 1924).

Cosa avrebbero potuto fare di diverso? (…).

Ma il governo italiano faceva pressioni sui Comandi affinché mandassero avanti le truppe. Occorreva presentarsi con una vittoria definitiva, non tanto per i nemici (che non contavano più), quanto per gli amici alleati (che consideravano l’Italia un paese ininfluente). E allora avanti, oltre il Piave verso Trento e Trieste, a rotta di collo, soverchiando i reparti austriaci già fermi e già disarmati. (…).

Per questo la vittoria di Vittorio Veneto fu poco o nulla considerata e il trionfo non giovò alle armi italiane.

I libri francesi sottolineano l’azione dei loro reparti che entrarono a Feltre e degli inglesi che “presero” Sacile.

La battaglia viene totalmente ignorata dallo storico John Toland. Un altro storico, Liddel Hart, nega che Vittorio Veneto abbia contribuito a risolvere il conflitto, e Alan John Percivale Tayor spietatamente annota: “Il 3 novembre l’alto Comando austro-ungarico si arrese agli italiani. Dopo la firma dell’armistizio ma prima della sua entrata in vigore, gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi dove s’erano tenuti nascosti e nella grande vittoria (raro trionfo delle armi italiane) catturarono centinaia di migliaia di soldati disarmati che non opponevano resistenza. Il grosso dell’esercito austro-ungarico si fasciò. Il mezzo alla confusione, ognuno, come meglio poteva, cercò di trovare la via del ritorno”.

Ma già nel 1920 il giornalista e scrittore Giuseppe Prezzolini scriveva caustico: “Vittorio Veneto è una ritirata che abbiamo disordinato e confuso”. Niente di cui vantarsi. (…). Secondo Prezzolini, l’atteggiamento di governo e generali era stato determinato dal desiderio di mostrarsi all’opinione pubblica con una facci presentabile: “Per gonfiare Vittorio Veneto si incontrarono mirabilmente due desideri: quello della casta militare, di fare buona figura e prepararsi un buon dopoguerra glorioso, e quello della casta politica, che voleva sfruttare la facile vittoria, per rinfacciarla agli alleati e riaccendere nel paese le fiammate di boria nazionalista”. (…).

A Trieste già litigavano italiani e slavi. A Trento qualche accenno di festeggiamenti e silenzio a Bolzano. Prima della guerra, uno scellino valeva due lire, dopo per una lira occorrevano due scellini. La vittoria si era mangiata i tre quarti del patrimonio.

Per questo Bologna intitolò il corso principale “3 novembre”. La città voleva celebrare la fine della guerra e non una vittoria che era solo di facciata.

Solo con un coraggio che sconfina nell’imprudenza è possibile argomentare che la Prima guerra mondiale si concluse con un “successo”. Prova ne sia il fatto che l’Italia, vincitrice sulla carta, si trovò ad affrontare gli stessi travagli degli sconfitti. Il fascismo da noi e il nazismo in Germania.

Mussolini e Hitler, i figli primogeniti del conflitto mondiale.

Lorenzo Del Boca, Maledetta Guerra, Piemme, 2015, p. 268-286

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